ACfans

60 anni con Adriano Celentano – Il Presepe della Via Gluck

addobbi di Natale

Sedicesimo ed ultimo appuntamento con la rubrica 60 anni con Adriano Celentano, questa volta rigorosamente a tema natalizio!
Vi proponiamo, quindi, questa bell’intervista di Nino Orengo, tratta da La stampa del 22 Dicembre 1992, nella quale Adriano Celentano e Claudia Mori raccontano le loro feste natalizie in famiglia:

La tv è accesa, dentro ci canta una Parietti vestita da agnolotto, parole di Bianco Natale, mentre viene giù un po’ di farina.
Le valigie sono pronte, tra l’albero e il video, Adriano Celentano e Claudia Mori sono di partenza per Asiago, un Natale con la neve vera. Lassù cosa faranno, albero o presepe? «Tutti e due anche se per me è più importante il presepio. Non potrei passare un anno senza. A Claudia faccio sudare sette camicie per toglierlo. Più di una volta è rimasto fino a Pasqua. Non sopporto che finisca l’idea, il sapore di festa che dà».
Claudia e Adriano Celentano, già lontani da Svalutation, anche se lui ogni tanto si fa qualche risata e qualche appunto sul programma; ormai il clima è di festa in famiglia. «Fa tutto Claudia, il presepio con le pietre per la montagnola, la stagnola per il fiume. Se c’è una cosa che mi fa arrabbiare della Chiesa è la tendenza a sdivinizzare. Qualche anno fa, di questi giorni, vado nella chiesa della mia parrocchia, qui a Sant’Angela Merigi, e che presepe vedo? Si eran tolti il fastidio in fretta, c’era una Madonna e un San Giuseppe in vetro di Murano, appoggiati su di un tavolinetto lucido e dietro un cartello con scritto: “Pensate alla fame in Biafra”. Eh no! Ho preso un pennarello e ci ho scritto: “Voi siete quelli che distruggete il “cristianesimo”. Stessa cosa mi è successa ad Asiago e anche lì ho detto la mia. Risultato: predica alla messa domenicale. Mi hanno dato ragione. Sono arrivati l’anno dopo presepi con statue altissime, bellissime. Io mi incanto su quei mondi di gesso».
Poi Adriano parte con una lenticchia di “Celentano-pensiero”: «L’uomo, l’uomo. E’ un difetto dell’uomo. Si avvicina al progresso e dimentica i gradini che ha fatto per raggiungerlo, dimentica il pianerottolo, che ha il suo valore. L’uomo dimentica il passato, dimentica da dove viene…».
Sono più belli i Natali di Celentano figlio o di Celentano padre? Ride: «Erano belli quelli in via Gluck. Mia sorella Rosa faceva un grande presepio e spediva me e Santercole sui Navigli a cercare il muschio. E noi andavamo su e giù, le mani nell’acqua ghiacciata a scovare quello più tenero. Babbo Natale allora arrivava alle cinque del mattino. Mia madre mi diceva: “Dormi, altrimenti non viene e il tavolo rimane vuoto”. Ma io ero troppo eccitato per dormire, impaurito anche di rimanere sveglio e di non avere i regali che avevo chiesto, scrivendo la letterina a Gesù Bambino».
E con i suoi figli, ora, da padre, il rito è cambiato? «Quand’erano piccoli, Rosita, Giacomo e Rosalinda, scrivevano anche loro le letterine e arrivava Babbo Natale. Fosse dipeso da Claudia avrebbero creduto a Babbo Natale fin dopo sposati. Lei mi diceva: “Perché vuoi togliergli i sogni?”, e io le rispondevo: “Altrimenti è peggio”. Così ora sanno che siamo noi Babbo Natale. Ci diamo i regali prima di mezzanotte, prima di andare a messa. Claudia mette i dischi, di “Stille Nacht”».
Un Natale di clan, allargato a fidanzati, a fidanzate, amici? «Di famiglia, appena un po’ allargata. Oltre i figli, c’è la sorella di Adriano, mia madre», dice Claudia Mori, con quel sorriso luminoso che è un enigma individuare se parta dagli occhi o dalle labbra. «Io – dice – sono per un Natale molto tradizionale. Alla vigilia faccio una pasta, gli spaghetti, col tonno e un fritto di verdure. Pesce in carpione, aringhe e, a chi piace, l’anguilla. A Natale invece ci sono sempre i tortellini in brodo, il pollo in gelatina e al forno, e poi l’anatra al forno o all’arancio. E tanta frutta candita. E poi il panettone macrobiotico che Adriano non ama. Lui è da Panetun-panetun». «A me piace il caffellatte», interviene Celentano, «non amo più la carne, stiamo cercando di eliminarla». «Non il torrone – ride Claudia -, e tanti mandarini profumati e torrone, che al mattino dopo ci si alza con i brufoli. Adesso che andiamo ad Asiago, prima di pensare al torrone devo pensare ancora al presepio. Io conservo ancora le statuette in gesso di pastori, pecorine, gallinelle e Re Magi, fatte da mio padre più di quarant’anni fa. E quando trovo vecchie figure di gesso le compro. Potrei fare cinque presepi, ancora con le palme e le staccionate che oggi non si trovano più. I miei figli vengono sempre a chiedermene in prestito. Io le tengo avvolte nella bambagia e poi in fogli di giornale, perché non si rompano. Un lungo lavoro».
Ride e se ne va a rispondere a un campanello che suona. Celentano la scruta sparire oltre il lungo biliardo ed è pronto ad offrire un’altra lenticchia del suo «Celentano-pensiero». Dice: «Il vero Natale è quello dell’infanzia. Poi saranno belli, ma non sono più così». E ritorna con il ricordo in via Gluck: «Mio padre faceva il rappresentante per i biscotti Mellin. Arrivava a casa con le scatole di latta che io copiavo disegnandole in terra. Quell’anno, avrò avuto cinque o sei anni, scrissi a Babbo Natale una letterina chiedendogli una nave e un aereo. Dopo aver lottato con il sonno mi ero addormentato e quando mi svegliai vidi un chiarore. Dunque Babbo Natale era arrivato e sulla tavola dovevano esserci i regali. Ma il tono della luce m’incuriosiva e attraeva più dei regali. Era una luce che veniva dal basso. Era neve. C’era mezzo metro di neve fuori. E fra l’aereo, la nave di latta e tutto quel bianco scelsi la neve, il giocattolo più insperato. Presi gli stivali e corsi fuori dove la gente parlava con gioia di un disagio…».

Non si sente più la gente ridere
Conclusione? «Il Natale di adesso non è più Natale. E’ un rito freddo e anche quando c’è la neve sembra comprata. Non senti la gente ridere, scherzare, avere uno slancio sincero verso il prossimo. Hai bisogno di due chiodi? Vengo io a piantarli. Io rincorro questo modo di vivere».
Torna Claudia Mori con il caffè e lo zucchero di canna; in casa, e lo si sente anche offrendo una sigaretta, c’è un’aria salutista che solo il torrone sembra sconfiggere. I regali son segreti, arrivano i pacchetti sotto l’albero che non sapete cosa dentro ci sia? «Io mi arrabbio – dice Claudia – se non è una sorpresa. Certo non è facile fare un regalo ad Adriano, qualcosa che riesca a sorprenderlo o che non abbia. Ci sto a pensare su e poi, magari, è la cosa più normale al mondo. Adesso ha la mania del computer… Comunque i regali arrivano segreti sotto l’albero, anche quelli dei miei figli. E accompagnati da bigliettini con tante parole. Sono stata previdente, negli anni ho sempre comprato tanti auguri di Natale, quelli con le perline che luccicano, quelli con le figure che saltano su…»
«Le letterine – fa eco Celentano sono molto importanti nella nostra famiglia. Io mi riduco a comperare i regali sempre all’ultimo giorno, qui a Milano o ad Asiago. E andare nei negozi non è facile, vorrei guardare le cose e invece devo firmare gli autografi. Così compro, ma poi non so se ciò che ho preso andrà bene, così compenso con una letterina, una a Claudia, una a Rosita, una a Giacomo, una a Rosalinda. E in quelle lettere parlo, racconto, dico. Anche loro fanno così a me».
Andate al cinema a Natale? «Quel giorno lì no, si resta in casa a giocare a carte, a tombola, si mangia torrone. Poi nei giorni successivi sì. Ci sarà da vedere “Jackpot”».
Celentano, quello è il suo ultimo film. Non l’ha ancora visto? Celentano si allunga sul sofà, schiaccia il telecomando, prima compare Andreotti, poi la Parietti, sempre vestita da agnolotto, che piange. «L’ho girato in inglese, non ho ben capito. Cioè, io l’inglese un po’ lo conosco, prima di cantare in italiano ho cantato in inglese, ma per dire bene cos’è voglio vederlo in italiano. Andremo a vedere Jackpot e gli altri film di Natale».
Celentano si emoziona ancora a lavorare? «Per emozionarmi devo divertirmi, per divertirmi devo giocare. Oggi ho la tranquillità per poter giocare, credo, la capacità di giudicarmi». Che regalo si farà? «Devo finire la casa di campagna, il via vai di muratori. Lì avrò finalmente una stanza tutta per me, un laboratorio di orologeria e poi tanta elettronica, tanti computer. Una stanza dove, finalmente, Claudia non potrà mettere in ordine. Forse mi farò un regalo da mettere in quella stanza lì…».

Una tavolata fino a Palermo
E se dovesse fare una letterina per il Natale di noi tutti, cosa direbbe Celentano? Il «Re degli ignoranti» si guarda intorno, Claudia se n’è andata in cucina a parlare con Giacomo, problemi scolastici, sullo schermo è rimasto Andreotti. Celentano si alza in piedi, fa una pausa, sorride e si rabbuia. Direi: «Un Natale come dico io, come lo penso, un Natale per tutti, francamente non lo si può aspettare adesso… ecco io vorrei un Natale dove fossimo tutti seduti ad un lungo tavolo, un tavolo da qui a Palermo e stare bene insieme; un Natale dove riuscissimo a sentire gli odori e i sapori che ci facevano vivi. Oggi non siamo uomini vivi, siamo uomini freddi: è la tivù che ci fa uomini freddi, sono le città, così come sono fatte, che ci hanno trasformato in uomini freddi. Il Natale che vogliamo verrà quando, aiutandoci con la memoria e con il progresso, impareremo nuovamente a giocare».
Adriano si risiede, è l’ultima lenticchia del «Celentano-pensiero». Le lenticchie portano fortuna e Celentano ce le affida anche per Capodanno.

Nico Orengo

Lo staff di ACfans.it

Exit mobile version