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ott 20 2010

L’Italiano che Precipita

L’INTERVENTO – IL CANTANTE: A BOSSI BISOGNA DIRE CHE LA BANDIERA TRICOLORE È LA COSA CHE CI DISTINGUE DA QUELLI CHE PARLANO UN’ALTRA LINGUA

Dalla Fiom ad Adro, il rock e il lento secondo Celentano

Pubblichiamo un intervento di Adriano Celentano, che ha posto la condizione di non essere minimamente corretto. Rispettiamo la sua, come di tutti, libertà d’opinione, parolacce ed errori di grammatica compresi. Noi non condividiamo molte delle cose scritte, ma viva la libertà d’espressione degli artisti. Caro Adriano, e meno male che esci di rado e parli ancora meno (f. de b.)

di ADRIANO CELENTANO

Caro direttore, quando il bel tempo ti regala giornate di sole come quella di ieri, in cui a farti compagnia è il rumore di una leggera brezza che muove le foglie degli alberi e rende terso l’azzurro del cielo sgombro da qualunque impurità, improvvisamente ti accorgi che è più facile riflettere sulle cose della vita. E allora, come per contrasto, succede che il pensiero inevitabilmente cade sullo «sfacelo politico» di questi giorni. Quasi come se il vento che spazza, ti spingesse a separare (secondo il tuo punto di vista) le cose buone da quelle inquinate. Una di queste che mi ha colpito favorevolmente e che avverto come un sotterraneo segnale di cambiamento, è la capacità della Fiom di portare in piazza centinaia di migliaia di persone senza un incidente, dove la protesta, pur se arrabbiata, non prevarica il rispetto umano fra le persone.

Una cosa buona dunque che in modo silenzioso, quasi in punta di piedi, sembra essere il seguito di un segnale ancora più eclatante avvenuto qualche settimana fa a Cesena, dove più di 120mila giovani sono accorsi da ogni parte d’Italia per partecipare alla stupenda Woodstock organizzata da Grillo. Per la prima volta, nella storia dei raduni (politici e non), la purezza e la trasparenza di quei 120mila ha prodotto (tra l’altro in pieno contrasto coi rifiuti riapparsi da qualche giorno) il grande miracolo della pulizia. Non una cicca, un bicchiere di carta, un mozzicone di sigaretta o una latta di birra è apparsa nel pratone calpestato per due giorni dai 120mila che hanno obbedito al richiamo di Grillo.
Un movimento quello dei grillini, la cui voce si fa sempre più fragorosa. «NOI, siamo contro le centrali nucleari – dice il nuovo movimento delle 5 stelle – contro la privatizzazione dell’acqua e contro ogni forma di corruzione. NOI possiamo risolvere il problema dei rifiuti, perché NOI abbiamo quell’animo biodegradabile in perfetto accordo con ciò che regola il mantenimento dell’equilibrio ecologico». In pratica Grillo ci sta dicendo che se c’è un problema dei rifiuti non riguarda soltanto i partiti, che sotto questo aspetto non bisogna ascoltarli, ma riguarda ognuno di noi chiamato ad essere educato (prima che sia troppo tardi) da chi sa (e lui è uno di questi) come salvarci dalla corruzione.

Quello di Grillo non è un partito, e tuttavia non è detto che i partiti siano un male, anche se gran parte del male è proprio nei partiti. Non è la prima volta infatti che un Leader di un partito decide di imboccare un percorso diverso da quello che ha seguito per tanti anni. Un’inversione di marcia che solo a pensarla è difficile da intraprendere. Per cui risulta ancora più apprezzabile e direi nobile se, una volta intrapresa questa inversione, si riesce poi a mantenere la rotta come per esempio, da qualche anno a questa parte, ha fatto il Presidente della Camera Gianfranco Fini.

Se parliamo di partiti, effettivamente all’orizzonte non si riesce a vedere il volto nuovo di un Leader capace di un vero e proprio cambiamento e quindi in grado di polarizzare l’attenzione degli elettori. Ma dopo il discorso di Fini a Mirabello e quello dignitosissimo nel videomessaggio per difendersi dalla macchina quanto mai ingiusta e distruttiva da parte di alcuni giornali, Fini, a mio parere, ha dato l’impressione di essere attualmente l’unico Leader in grado di dialogare e mettere insieme, sulla via della LIBERTÀ e della DEMOCRAZIA, quello che di BUONO c’è, qua e là nei vari movimenti e partiti.
Non sempre un volto nuovo corrisponde a quello che vediamo per la prima volta. Può capitare a volte che il NUOVO esploda, quando meno te l’aspetti, attraverso le pieghe di un sembiante conosciuto, fra i cui lineamenti non solo si annida il «progressivo ripudio del fascismo» ma anche la crescita di un’idea nuova. Insomma, per essere nuovi non c’è bisogno di cambiare la faccia, basta RISORGERE DENTRO. E forse Fini lo ha fatto.

Anche Berlusconi potrebbe farlo, solo che per lui è molto più difficile, data la condizione in cui si trova. Troppi sono gli ostacoli che dovrebbe superare. Primo fra tutti l’eccessiva dipendenza da Bossi, nel caso specifico, LENTO. Al quale Berlusconi (ancora più lento) non osa dire neanche ciò che è più elementare. Per esempio, che la bandiera TRICOLORE è quella cosa che ci distingue da quelli che parlano un’altra lingua. Il Bossi-Lento se ne è guardato bene dal togliere quella miriade di falsi simboli con i quali il Sindaco leghista ha tappezzato la scuola di Adro. Ha dovuto pensarci il Preside. Bravo Preside! Tu si che sei ROCK!

Con quei falsi simboli, c’era il rischio che gli abitanti del simpatico paesino si domandassero un giorno chi sono e da dove vengono. E questa, del MIOPE Sindaco, è senza dubbio una delle tante cose non buone in netto contrasto invece, con l’eccellente lavoro del governo Berlusconi nel combattere la criminalità organizzata. Grazie anche al buon operato del ministro Maroni e alla straordinaria efficienza del corpo dei carabinieri e della polizia. Neanche da paragonare coi governi precedenti, che da questo punto di vista erano assai scarsi. Sono anche d’accordo per come hanno condotto i disordini allo Stadio di Genova. Credo che Maroni e la polizia abbiano fatto la cosa giusta. Poteva veramente succedere una strage.

Ma un’altra delle tante cose NON buone, purtroppo, è quest’aria di secessione che si respira. E uno dei segni, forse il più inquietante di tutti, è quello del «DITTATORE generale della Rai» Mauro Masi (le cui stranezze dell’ultima ora ricordano tanto qualcosa che ha a che fare con il periodo oppressivo e oscurantista) che addirittura vuole selezionare il numero degli applausi imponendo un pericoloso COPRIFUOCO sulle espressioni che deve avere il pubblico in sala. Minacciando sanzioni ai conduttori fino alla chiusura dei programmi. Anche un cretino lo capirebbe che limitare la libertà di espressione è tutt’altro che un atto di forza ma, al contrario, un segno di debolezza che debilita prima di tutto chi governa. Senza contare poi che atti di questo tipo creano inevitabilmente una tensione crescente e inarrestabile in tutto il paese. Ecco perché poi accade (e non bisogna meravigliarsi) se è addirittura la terza carica dello Stato a non reggere e quindi a creare una spaccatura nella maggioranza. Per cui anch’io, associandomi a Santoro, chiedo al DITTATORE generale della Rai, non solo di non punire la trasmissione di «Anno zero» al posto di Santoro ma soprattutto, se può farci il favore di dare subito le dimissioni.

Berlusconi ha ricevuto la fiducia che era giusto i finiani gli dessero, a differenza di ciò che diceva Di Pietro. Tuttavia credo, per un percorso quanto mai logico che si è creato a seguito della spaccatura tra Fini e Berlusconi, che in Primavera si andrà alle elezioni. L’unica cosa che mi rallegra e un po’ mi rassicura, sono quelle 750mila firme raccolte da Di Pietro per l’attuazione di un referendum che dice NO alla privatizzazione dell’acqua, NO al lodo Alfano e, contrariamente all’idea assurda e suicida di Casini e Berlusconi, NO al NUCLEARE. Ai quali, purtroppo, si è aggiunto anche l’amico Veronesi di cui è fresca la notizia di un suo nuovo incarico come direttore in pectore sulla sicurezza delle nuove centrali nucleari. Un luminare apprezzato nel mondo che però, con questa scelta, rischia purtroppo di essere assai meno radioso.

Ecco perché, specialmente in queste ore in cui la luce si abbassa, è importante cambiare la legge elettorale prima che si vada alle urne. L’esagerato premio di maggioranza, come giustamente dice la Bindi, è una colossale trappola per quelli che votano, non soltanto per quelli che ora sono all’opposizione, ma anche per Berlusconi.

E a questo proposito ecco una cosa su cui riflettere seriamente e cercare di capire, per esempio, se la simpatia di un Leader come quella di Berlusconi (nessuno la può negare) può giustificare alcuni atteggiamenti sospetti. Forse, magari mi sbaglio, ma credo che per noi italiani sia arrivato il momento di cominciare a scindere la simpatia dai comportamenti. L’era Berlusconi ci ha educati a valutare i comportamenti in funzione della simpatia. Ma il momento è così delicato che nulla è più urgente (se già non siamo in ritardo) di capovolgere subito la distorsione di questo sistema. Che sia ben chiaro, la colpa non è tutta di Berlusconi.

Lui non ha fatto altro che incarnare ciò che noi italiani abbiamo nel nostro DNA. Il gesto delle corna dietro la testa di un ministro, non è altro che l’interpretazione esatta di ciò che farebbe ognuno di noi italiani. Che per il fatto di vederlo realizzato da un Capo del governo, ci riempie di orgoglio a tal punto da giustificare e far passare in secondo piano (se non addirittura in terzo) le sue eventuali malefatte. Ed è qui che l’italiano PRECIPITA.

Noi possiamo anche gioire per l’ilarità che produce un gesto come quello delle corna. Possiamo gioire però a patto che dietro quel gesto non si nasconda un mal comportamento. Poiché a quel punto non sarebbe più uno scambio leale di simpatia tra il popolo italiano e chi lo governa. Ma un qualcosa dove si insinua il sospetto. Quel sospetto che a lungo andare logora il rapporto tra il governo e il popolo, qualunque sia la matrice politica. Mai come ora quindi è necessario che il buon esempio venga dal basso. Siamo noi italiani dunque che dobbiamo educare i nostri politici, chiunque siano. E per farlo dobbiamo allenare il nostro vivere quotidiano (anche quando dormiamo) a valutare la SIMPATIA solo in funzione dei comportamenti e non l’inverso. E qualora questi non fossero moralmente corretti, non possiamo che dedurre una sola cosa: che a quel punto anche la simpatia è falsa. E se una cosa è falsa non può che essere ANTIPATICA e pericolosa.

Tante sono le cose su cui riflettere e francamente non ho idea di cosa potrà succedere nell’immediato futuro. Ma una cosa vorrei che non succedesse. Lo dico a quei ragazzi che magari, per ingraziarsi lo schieramento a cui sono legati, commettano deplorevoli atti omicidi come l’attentato (per fortuna sventato) al direttore di Libero, Belpietro. Atti aberranti di questo tipo destabilizzano in modo devastante non solo la democrazia fra i partiti, per i quali viene a crollare il nobile concetto di «AVVERSARIO POLITICO». Ma ci avvicina a un qualcosa che sa di MORTE e non soltanto per le vittime che subirebbero tali atti, ai quali, dopo la morte è riservata la speranza di una «NUOVA VITA». Ma soprattutto per quelli che si sporcano le mani di sangue, a cui tale speranza, gli verrebbe negata in ETERNO. E qui mi rivolgo soprattutto a coloro che non credono e per questo, si farebbero prendere dal grilletto facile: «Tu credi che questa di vita, che per quanto ti appaia lunga se ci pensi un attimo è più breve di un battito d’ali, sia l’unica vita che l’uomo debba vivere?… E se poi quando arriva la tua ora ti accorgi che invece Dio esiste? Con tutto quello che di meravigliosamente bello “Egli” ha creato per coloro che non si comportano male? Nel dubbio, non conviene comportarsi, non dico bene, ma almeno in modo che non si perda per sempre la propria Anima?…»

A pensarci bene sono più le cose NON buone che quelle buone. Ma io confido nella «DEMOCRAZIA della LIBERTÀ». Non si può essere liberi se prima di tutto non si è democratici. Ma chi è il vero democratico? Non conosco esattamente la definizione di questa parola e non saprei dire il perché, ma tutto mi fa pensare che il vero democratico ha il senso della misura in ogni sua manifestazione.
Nella trasparenza, nell’onestà, nella forza e nell’essere sinceri anche quando la verità ti può danneggiare. Alla fine risulta molto più dannoso occultare che confessare. Pensando all’orribile tragedia di cui tanto si parla in questi giorni, si dice che lo zio di Sarah l’abbia uccisa per nascondere gli abusi su si lei. Certo sarebbe stata grande la vergogna e l’umiliazione che avrebbe subito se avesse ammesso. Però Sarah sarebbe viva e lo zio non si sarebbe macchiato di un delitto così grave. E allora forse democrazia, per come la intendo io, significa anche non aver paura di ammettere. Perché ammettere include una grande forza. Quella di espiare e quindi di RINASCERE più forti di prima.
Democrazia vuol dire anche perfezionare i toni durante un dibattito. E Sgarbi secondo me è già in ritardo di qualche decennio. È incredibile come un critico d’arte bravo come lo è lui, sia poi in forte contraddizione col fatto che non abbia la minima cognizione di cosa significhi la parola «INNOVAZIONE». Un atteggiamento il suo, in netto contrasto con l’arte, di cui proprio perché lui ne fa una sua professione, disconosce invece un elemento fondamentale che è insito nell’ARTE e che è appunto il CAMBIAMENTO.

Infatti fin dal 1989 quando apparve su una delle quattro sedie di Costanzo, non è cambiato di una virgola. Fa sempre le stesse cose: «FASCISTA, FASCISTA, FASCISTA» ma VAFFANCULO Sgarbi, adesso ci hai proprio rotto i COGLIONI!!! Il tuo prevedibile e nauseante sbraitare è un registro vecchio e stravecchio come la guerra del ’15-’18. Cosa aspetti a cambiare? Lo sai almeno in che anno siamo?… Poi non piangere se in televisione non ti invita più nessuno. Stai pur certo che dopo anche Paragone ti molla, non credere…

Adriano Celentano

19/10/2010 – Corriere della Sera


mag 24 2007

Adriano Celentano, biografia

Cantante, attore e conduttore televisivo nato a Milano il 6 gennaio 1938.

Cinquant’anni di successi come cantante, attore e conduttore televisivo fanno di Adriano Celentano un simbolo del mondo spettacolo italiano del Novecento. Figlio di commercianti pugliesi trapiantati a Milano, svolge diversi lavori prima di debuttare, nel 1957, nel mondo dello spettacolo partecipando al primo Festival del rock italiano al Palaghiaccio di Milano. Brani dal ritmo dirompente come “Il tuo bacio è come un rock” e “Il ribelle” e il suo corpo dinoccolato e snodato, che si agita con movimenti ispirati tanto agli ancheggiamenti di Elvis Presley quanto alla fisicità scoordinata di Jerry Lewis, gli valgono il soprannome di “Molleggiato” e contribuiscono ad imporlo come uno dei rocker più popolari tra i giovani. Nel 1961 partecipa a Sanremo con il brano “Con 24mila baci”, scritto con Piero Vivarelli e Lucio Fulci, che si classifica secondo. Il cantante milanese scuote l’ambiente del Festival con l’originalità della sua esibizione (si muove freneticamente sul palco dando spesso le spalle al pubblico) e con la coraggiosa scelta di presentare un brano rock.

Il “fenomeno Celentano” ormai dilaga al punto che il “Maestro” del cinema italiano Federico Fellini lo vuole sul set de “La dolce vita” (1960) per la famosa scena del night club alle Terme di Caracalla. Nel 1961 fonda la sua casa discografica, il Clan, che è al contempo una sorta di scuderia-comunità di amici. Sul set del film “Uno strano tipo” (1963) di Lucio Fulci, Celentano incontra Claudia Mori e nasce subito la “coppia più bella del mondo”: si sposano nel 1964 a Grosseto e l’anno seguente nasce la primogenita Rosita, alla quale si aggiungeranno Giacomo nel 1966 e Rosalinda nel 1968. I successi musicali non si contano: da “Pregherò” a “Grazie, prego, scusi” a “Ciao ragazzi” al brano di ispirazione ambientalista “Il ragazzo della via Gluck” che, sebbene escluso dalle finali del Festival di Sanremo, diverrà una delle canzoni più popolari della storia della musica leggera italiana. Il 1964 vede il suo esordio alla regia con il film ispirato al cinema americano “Super rapina a Milano”. Nel 1968 partecipa a Sanremo insieme a Milva con il brano “Canzone” classificandosi terzo mentre nel 1970 trionfa, insieme alla moglie Claudia Mori, portando nella città dei fiori il brano “Chi non lavora non fa l’amore”. Esce nel 1968 un altro brano destinato a fare la storia della musica leggera italiana “Azzurro”, scritto da Paolo Conte e Vito Pallavicini che, nonostante la canzone vada in controtendenza rispetto ai brani balneari alla moda descrivendo la storia di un marito che passa da solo l’estate in città e il suo ritmo da marcetta si allontani dai brani scatenati in gran voga, diviene subito un grande successo. Il cinema intanto prende uno spazio sempre più grande nella carriera artistica del “Molleggiato”: è protagonista di “Serafino” (1968) di Pietro Germi che riceve una buona accoglienza di pubblico e lo spinge ad incrementare la sua carriera di attore dandogli maggior fiducia nelle proprie (straordinarie) doti comiche. Insieme a Claudia Mori recita nella commedia musicale ambientata nella Roma di fine Ottocento “Er più – Storia d’amore e di coltello” (1971) di Sergio Corbucci regalando un’ottima interpretazione nei panni del bullo di periferia costretto a sbaragliare una serie di rivali per conquistare il cuore della bella Rosa.
Con una trovata geniale, nel 1973, Celentano inventa alcuni strani vocaboli somiglianti a termini inglesi che sciorina a mò di scioglilingua su di una serrata base ritmica: è il famoso ed impronunciabile brano “Prisencolinensinainciusol”, considerato da molti il primo esempio mondiale di musica rap, che ottiene un grande successo in Francia, in Germania e negli Stati Uniti.
Ormai la “coppia più bella del mondo” funziona perfettamente al cinema: con la moglie è protagonista della versione cinematografica di Pasquale Festa Campanile della commedia musicale “Rugantino” (1973) e nel 1975 di “Yuppi du” film diretto dallo stesso “Molleggiato”. Il film, in grande anticipo sui tempi per stile registico, il caos architettonico e l’ambientamento “senza tempo”, non viene capito da pubblico e critica e finisce per essere un insuccesso. Gli anni Ottanta vedono il grande risultato ai botteghini di pellicole quali “Il bisbetico domato” (1980), “Innamorato pazzo” (1981) e “Lui è peggio di me” (1984) mentre un altro tentativo di film sperimentale ed innovativo come “Joan lui” (1985) viene condannato al flop nonostante il cospicuo budget, le grandiose scenografie e l’interessante e complesso montaggio. Nel 1987-88 “Fantastico 8″ impone il “Molleggiato” come uno dei più interessanti ed innovativi personaggi televisivi: le sue interminabili teleprediche ed i suoi lunghi silenzi davanti alle telecamere affascinano il pubblico creando un’immagine di Celentano a metà strada tra il profeta e il contadino. Negli anni Novanta continua il suo successo televisivo con programmi quali “Svalutation” (1992) su Rai 3 e “Francamente me ne infischio” (1999) su Rai 1. Nel 1998 esce un album di grande successo “Mina Celentano” con straordinari duetti del “Molleggiato” con la “tigre di Cremona” tra i quali “Acqua e sale” e “Che t’aggia di’” e l’anno seguente dalla collaborazione con Mogol e Gianni Bella nasce “Io non so parlar d’amore”. Negli anni Novanta la sua carriera cinematografica conosce un rallentamento con “Jackpot” unica pellicola all’attivo. Ormai vi è una grande attesa per i suoi programmi televisivi che finiscono sempre per trasformarsi in straordinari eventi mediatici e così nel 2001 il “Molleggiato” sorprende tutti con una trasmissione dal titolo un po’ irriverente “125 milioni di caz..te” che coniuga intrattenimento ed impegno all’interno di una avveniristica scenografia di sapore cinematografico. Nel 2005 è la volta di Rockpolitik, altro picco di ascolti di Raiuno, programma indimenticabile sia per i duetti con gli ospiti, i più gustosi dei quali con Benigni e Teocoli, e per il tormentone “Rock e lento”.

Hanno detto di lui:

“…Adriano è un fuori quota, una specie di Maradona della canzone…” (Pippo Baudo)

“…Spero e credo che gli ascolti confermeranno la bontà della decisione della Rai-Tv di investire su Celentano e di dargli piena autonomia autoriale. Ma era chiarissimo mentre ancora andava in onda “Rockpolitik”, che siamo riusciti a dare al pubblico uno dei più grandi esempi di televisione popolare che si siano visti in Italia…” (Sandro Curzi su “Rockpolitik”)

“…Celentano deve poter dire quel che vuole. Lui si è sempre occupato dell’ambiente e della vita, a modo suo. Pericoloso non è Celentano (…) Pericolosa è la politica che istituisce una commissione di vigilanza sulla tv, mentre dovrebbe essere la tv a vigilare sulla politica…” (Beppe Grillo)

“…Adriano (e tutti noi sappiamo quali sono i suoi rapporti con la stampa) ha sempre pensato che qualsiasi notizia o pettegolezzo inerente alla lavorazione del film venga messa in giro non serva altro che a nuocere al film stesso. E che meno si parla di un film durante la sua lavorazione, meglio è…” (Giuseppe Moccia detto Pipolo)

“…E’ un amico e lo conosco da quando avevo sedici anni, lui ne aveva diciotto e facevo il suo chitarrista. Ho cominciato a cantare perché lui non provava e quindi io mi prestavo come voce per insegnare ai suoi musicisti il rock’n'roll e da lì ho cominciato praticamente la mia carriera di cantante, all’inizio molto precario, poi sempre più sicuro e poi, forse con la scoperta del teatro, anche sempre più convinto…” (Giorgio Gaber su Celentano)

Ultimo aggiornamento (giovedì 24 maggio 2007)

23/05/2007 – FondazioneItaliani.it


set 29 2006

Il fantasma di Celentano sul gran ritorno di Morandi

Celentano divideva il mondo in rock e lento, Morandi in «ce l’ho, mi manca». No, non si comincia così. Non si parte facendo il verso a un monologo ormai entrato nella storia delle televisione. L’ispirazione dichiarata è certamente quella del brano Qualcuno era comunista di Gaber, grande amico di Gianni, però l’effetto è fin troppo celentanesco. Del resto l’autore è lo stesso: Diego Cugia, che lo scorso anno è stato nello staff di Adriano e che è stato chiamato dal cantante bolognese proprio per rinnovare la sua immagine troppo da bravo ragazzo. Be’, Cugia voleva che il cantante nella prima puntata rimanesse steso sul palco fingendosi morto. Poi si è addivenuti a più miti consigli e si è ripiegato sul monologo già collaudato. Dunque cosa ha e cosa manca a Morandi? Rispettivamente: la patria e un sogno comune, Totò Riina in prigione e Falcone, L’isola dei famosi e una Tv che pensi a chi non è vip. E ancora: ministri e sottosegretari da una parte, Berlinguer dall’altra. E qui il cantante tiene molto a ricordare le sue origini comuniste «Anche mio padre mi manca molto, mi faceva leggere Il Capitale ad alta voce». Monica Bellucci? «Ce l’ho», «No, no mi manca. E pure Nicole Kidman». Intervento iniziale a parte, Non facciamoci prendere dal panico (pure il titolo è lungo come quelli di Celentano) si è mostrato uno show innovativo, fresco, piacevole e ironico. In diretta dal palazzetto dello sport di una caldissima Bolzano, la trasmissione itinerante (le prossime quattro puntate saranno a Forlì, Arezzo, Pesaro e Andria) ha fornito anche spunti di riflessione. Il tema che ha fatto da sottotraccia alla serata è stato quello del tempo. Attraverso le citazioni di grandi artisti come Gaber, Pasolini, Tenco, Battisti, De Andrè e anche Nanni Loy, il leit-motiv della trasmissione è stato «il passato come unica vera invenzione del futuro«. Non per niente il primo brano che il cantante ha voluto interpretare è stato C’è tempo di Ivano Fossati e l’ultimo della serata Il tempo migliore, titolo dell’album del cantante bolognese in uscita nei prossimi giorni. E il passato (in questo caso vero esempio da riprendere) è tornato soprattutto nei bellissimi duetti impossibili (cioè con artisti scomparsi) realizzati grazie all’accostamento di Morandi con quella di vecchi filmati dell’archivio Rai: il primo con Gaber (le immagini erano del Teatro 10 del ’72), il secondo con Battisti (sulle note di Pensieri e parole). La cantante Bebe è invece ancorata al presente e nel suo tormentone estivo Malo denuncia la violenza alle donne. Nello show c’è stato però anche spazio per il gioco e l’ironia con la brava attrice in veste di soubrette Esther Ortega, il comico Marco Della Noce (denominato Della Nocs) e un formidabile Paul Sorvino (suoi grandi film Quei bravi ragazzi e Il socio) che con grande energia ha intonato Torna a Surriento. Simpatico il siparietto con Pupo in cui Morandi ha cercato di dare un’immagine un pochino perfida di sé. Nella divertente Panic candid (in cui Morandi si è veramente messo in gioco) un ingenuo Pupo si è trovato insidiato da due ragazze slave e poi rapinato. Elegante l’intervento di Catherine Deneuve. Finale con un monologo dedicato a Pasolini, una lunga riflessione sull’ amicizia con lo scrittore e su quello che ha rappresentato per il nostro tempo. Chiusura sulle note di De Andrè.

29/06/2006 – Il Giornale


mar 13 2006

Vitarte. Fiera o Sanremo?

La fiera viterbese ha un sapore sanremese. Come il festival, è in fase transitoria. Una mostra sul tema della sedia sembra simboleggiarne lo stato d’animo. Piccole considerazioni di un critico di provincia su una fiera di provincia…

Tra i ritmi dimessi della provincia italiana l’arte contemporanea sembra scalciare dietro l’indifferenza generale, rumoreggiare oltre la coltre dell’ordinario. Così è Vitarte, nella sua terza edizione, una fiera sanremese. Nel senso che, come questa edizione di Sanremo, sembra essere in una fase transitoria, sottotono ma inquietante. Eludendo lo star system, Vitarte 2006 è una fiera che, senza presenze gridate, rimane comunque in grado di muovere gallerie importanti come Santo Picara di Firenze e Carini, che, in alcuni casi, hanno il pregio di esporre interessanti giovani artisti come Valente di Finale Ligure che espone Marco Grimaldi e Vincenzo Marsiglia. In un luogo dove il collezionismo d’arte contemporanea si e no arriva a Mario Schifano. Nello sforzo meritorio di creare allestimenti, come Arturarte che ha presentato un’installazione di Stefano di Maulo occupante tutto uno stand, prospetta la possibilità che in un futuro si possano vedere dei progetti speciali. Quest’edizione ha il sapore di una sosta meditativa in cui riprendere fiato significa riconoscere le proprie disponibilità di mercato, cercando nel pubblico che compra la risposta ad una strategia espositiva, tarando una proposta che nelle edizioni precedenti era piuttosto sbilanciata dall’entusiasmo degli esordi. La sosta è emblematicamente rappresentata dalla mostra curata da Giuseppe Salerno all’interno della fiera: L’arte seduta. Cento sedie d’artista. Introdotta da una lettera destinata ad Adriano Celentano, questa mostra segue un impianto espositivo di tipo cinematografico: i 100 oggetti sono allineati e rivolti verso uno schermo, in cui appaiono, una per una, tutte le sedie stesse proiettate singolarmente con il nome dell’autore.

Tornando a Celentano, Salerno dichiara nella lettera la sua disapprovazione nei confronti del binomio rock e lento, sostenendo che «La circolazione delle merci, delle armi, delle droghe, dei virus e degli antivirus non è lenta. Lenta è la diffusione della pace perchè il pensiero che la genera, come del resto ogni pensiero, è lento». Vedendo Salerno in questa versione slow thinking ci vengono in mente gli anni in cui teorizzava in Movimento dell’Arte Telematica, tutto incentrato sulla neo tecnologia e sulla velocità della comunicazione globale (la net art era lì da venire). Sicchè questa stasi improvvisa enfatizza il momento dell’arresto, è come una frenata brusca. Chi non si ferma è invece l’operosa confraternita dei ragazzi di Off Art, che hanno costruito in fiera un simpatico labirinto di leggerezza e ludibrio, un alveare di idee fresche, forse un pò acerbe, ma dinamiche.

Marcello Carriero

13/03/2006 – Exibart.com


nov 4 2005

RockPolitik, «Fo è rock: è il sindaco giusto»

MILANO – Terza puntata di RockPolitik. Alle 21.12 su RaiUno è iniziato il terzo atto del “Re degli Ignoranti”, che ha avuto come ospiti Teo Teocoli, Loredana Bertè, i Subsonica e Patti Smith.
All’inizio della puntata in video scene dello tsunami e di New Orleans alluvionata.
Poi la prima canzone e il monologo “Rock e Lento”: «Le bombe intelligenti sono lente». «Firmare il contratto con gli italiani… qui c’è scritto che è lento ma io dico che a suo tempo era rock». E poi: «Fassino è rock, Ferrara è rock».

IL SINDACO ROCK PER MILANO E’ DARIO FO – Nel monologo torna anche il tema forte della sua città. E questa volta per Milano c’è proprio una vera investitura: «Dario Fo è rock, sarebbe il sindaco giusto. O, mi raccomando, quando ti hanno eletto chiamami che ho anch’io delle idee su Milano». In qualche modo così Celentano chiude il cerchio: dopo le critiche ad Albertini e ai grattaceli, alla città che ha tradito le sue origini e il suo spirito, il «Molleggiato» ha voluto indicare la sua strada: l’attore premio Nobel è il sindaco giusto.

PRIMO OSPITE TEO TEOCOLI – Il primo ospite della puntata è stato Teo Teocoli, che ha raccontato la sua crisi d’identità dovuta alla “Sindrome di Adriano”, frutto delle sue imitazioni del cantante: «Sono stato ricoverato. La “celentina pectoris” è contagiosa. Io sono guarito ma sto ancora bene nei tuoi panni». Ha raccontato di essere stato ricoverato in manicomio: «La gente gridava: facci Celentano». «Una persona – ha continuato il comico – mi ha aiutato». «Del Noce?», gli ha chiesto Celentano. «No, era dentro prima di me – ha detto Teocoli riferendosi ancora al manicomio – ma era nel reparto inguaribili». Poi i due hanno cantato insieme uno dei pezzi celebri di Celentano e poi hanno duettato in uno strano italo-russo.

CROZZA-GUCCINI – Crozza nei panni di Francesco Guccini, con tanto di eschimo e tavolo della trattoria con tovaglia a quadretti. «Voi vi chiederete cosa ci fa Guccini nel programma di Celentano. E’ stata la Rai a chiamarmi, perché il programma stava andando troppo a sinistra». Il primo pezzo cantato di Crozza- Guccini è stata «La canzone di Porta a porta, trasmissione che sta al pluralismo come un secchio al lago d’Orta».
E’ seguito un pezzo dedicato a Daniela Santanché, «Daniela chiccosa» sulle note di «Bocca di Rosa», mentre la parlamentare di An appariva sullo sfondo con dito medio alzato, inserita nel quadro «Quarto stato» con Bruno Vespa. Crozza ha chiuso con la canzone di Antonio Fazio: «Un vecchio e il soldino»: «Io sono il garante. C’è solo un tiolo che non ti abbandona, ce l’ho sotto il culo, è la mia poltrona».

MONOLOGO CON VOCABOLARIO ALLA MANO - Il «re degli ingnoranti” ha poi vestito i suoi panni più tipici andando a leggere sul vocabolario della lingua italiana, alcuni dei termini più usati in tv. Si è soffermato in particolare su demografia, demagogia e democrazia.

CORNACCHIONE – «Questo programma – ha esordito il comico – è un pericolo per l’Italia e per il mondo intero. Ecco perché Bush ha voluto parlare con Berlusconi».

IL MOLOGO DI CROZZA – Per la prima volta in RockPolitik Maurizio Crozza ha avuto spazio con un suo monologo, senza vestire i panni di qualcun altro. Si è presentato con un pollo sotto braccio: «Attenti, sono armato». Nel mirino le nostre paure: «stiamo attenti anche a calpestare le striscie bianche per strada». E poi un attacco ai nostri tempi: politica, società, sport. Tutto dui basso livello, a cominciare dal pensiero:

LA RANIERI IN TILT - La serata non è andata proprio liscia per Luisa Ranieri, che ha cantato Maruzzella e ha stonato in modo netto e poi si è impappinata nel presentare i Subsonica.

L’OMAGGIO DI PATTI SMITH A PASOLINI - Tra le note della canzone «Because di Night» cantata da Patti Smith le parole di Pasolini sulla tv e sugli oppressi. «Da lui – ha detto la cantante – io ho imparato che i morti parlano e che dobbiamo saperli ascoltare. L’Africa ci parla e noi dobbiamo incontrarla. Mi ha insegnato anche ad amare Gesù Cristo, un rivoluzionario che ha abbracciato la causa dei poveri».

LA SINISTRA DEVE SMETTERE DI LITIGARE - «Nel ’75 ero felice di potermi staccarmi dal gioco del Vietnam – ha detto Patti Smith durante la conversazione con Celentano – la fine di quella guerra mi ha permesso di andare avanti. Ora mi ritrovo come americana nel mezzo di un’occupazione illegale e immorale dell’amministrazione Bush dell’Iraq. Io non voglio continuare ad avere vergogna. Vogliamo la fine dell’occupazione, vogliamo la pace. La sinistra deve smettere di litigare per raggiungere i suoi obiettivi».

04/11/2005 – Corriere della Sera


ott 27 2005

Celentano e il mondo diviso in rock e lento

La prima puntata di RockPolitik minuto per minuto

Santoro e il suo «viva la libertà». Il duetto con Meocci e le accuse a Del Noce. Lo hanno visto 11,5 milioni di spettatori

MILANO – Ore 21 e 10, parte la sigla dell’Adriano Celentano show.
L’invito che appare in sovraimpressione lascia subito intendere che bisognerà attendersi botti tipo Capodanno: «Questo programma va ascoltato ad alto volume». Poi le telecamere staccano sul gigantesco studio di Brugherio, alle porte di Milano, dove va in scena la prima attesissima puntata di RockPolitik.

IN PRIMA FILA – A godersi live, in prima fila, la rentrèe del Molleggiato c’è Alfredo Meocci, direttore generale Rai. Di Del Noce non c’è traccia. Da casa ha promesso di sintonizzarsi sul primo canale anche Berlusconi che, tra l’approvazione della devolution e l’annuncio di voler mettere mano alla par condicio, ha fatto sapere ai cronisti che «un’occhiata se ho tempo gliela darò». Se l’ha fatto davvero è molto probabile che abbia cambiato canale o che si sia tappato le orecchie. Se non l’ha fatto, si è perso un one man show.

ROCK E LENTO – Cappottone, occhialetti, camicia sgargiante, inossidabili stivaletti ai piedi, Celentano esordisce cantando in play back «C’è sempre un motivo». Poi, tra rumori di elicotteri accompagnati da luci stroboscopiche, parte il primo monologo. Adriano sale su un leggio montato al centro della scena e, accompagnato da un assolo di chitarra elettrica, divide il mondo in due categorie, quello «rock» e quello «lento». Nella prima rientrano i fiori, Zeman, Cassano, Adriano, Valentino Rossi, Paperino, il Papa Raztinger e il sesso. Nella seconda, Moggi, Porto Cervo,Topolino e il silicone. Ma il primo riferimento è alle polemiche di questi giorni e in particolare alle minacce di autosospensione di Del Noce. «Chi si sospende è lento, chi si sospende è lento, però sè è una finta è rock e il sospetto è questo…». Non è l’unica sorpresa della serata, ovviamente.

LE SEDIE VUOTE – Segue ospitata di Depardieu, antipasto dell’attesa e prevista citazione di Biagi, Luttazzi, Grillo, i grandi «defenestrati» della tv pubblica. Tre sedie vuote piazzate nel mezzo dello studio ne ricordano la rumorosa assenza. Quindi viene diffuso sul mega-display il famoso editto di Sofia, le parole di Berlusconi sull’«uso criminoso della tv». Il successivo colpo di scena è la classifica di «Freedom of the Press» che piazza al 77esimo posto l’Italia per quel che riguarda la libertà di espressione. Commento di Celentano: «Hanno tutti paura delle parole. Oggi si possono dire solo cose che non danno fastidio a nessuno». A quel punto arriva Santoro, il momento certamente più atteso della serata.

IL MOMENTO DI SANTORO – E’ stato il momento più seguito della trasmissione: 14.977.000 spettatori con il 49,84% di share. Urla e un grande applauso accolgono l’ex europarlamentare quando entra in studio. «Io voglio il mio microfono, quello che hai tu, voglio decidere che cosa sono le cose da raccontare, le luci», esordisce Santoro. Poi l’ex Sciuscià conclude con lo slogan «viva la fratellanza, viva l’eguaglianza, viva la cultura e viva la libertà». Un’apparizione lampo dopo la bufera sollevata alla vigilia.

I COMICI IN CAMPO – Fuori Santoro, entrano in scena i comici. Prima Cornacchione, alias «il povero Silvio». Il filo rosso è sempre Berlusconi, che «ha mandato Biagi alla Talpa», ecc…. Poi è la volta del genovese Maurizio Crozza in versione cantante spagnolo. Micidiale la sua parodia di Bamboleo-Zapatero, ispirata alla celebre hit dei Gipsy King’s e dedicata alle primarie dell’Unione. A esibizione terminata, Celentano chiede a Crozza: «Ma tu sei di sinistra e critichi la sinistra?». Risposta: «Volevo Che Guevara e mi ritrovo con Willer Bordon!». Ore 22,10: fine della prima parte, pubblicità.

IL DUETTO CON MEOCCI – Al rientro dalla pausa pubblicitaria, Celentano si avvicina a Meocci, seduto in prima fila. Celentano azzarda: «Si sente tranquillo?». Il direttore sorride e risponde: «Vengo dalla provincia, sono un uomo libero come eravamo ai tempi della ragazzi della via Gluck . Hai attaccato il capo di Raiuno su Raiuno, più liberi di così. Devi ammettere che stasera siamo saliti nella classifica della libertà d’espressione». «Del Noce è finto o vero?», incalza Celentano. «Noi riflettiamo, la parola è lenta, il silenzio è rock. Domani è un altro giorno», chiosa Meocci. Applausi e si riparte.

I SINDACI E GLI ECO-MOSTRI – E si riparte dal secondo monologo della serata. Stavolta nel mirino finiscono i sindaci. Il primo ceffone colpisce Albertini, primo cittadino di Milano, uno che vuole «riempire la città di grattacieli, che odia l’arte, odia il bello». «E’ cieco – rincara Adriano – come i sindaci che l’hanno preceduto, democristiani e anche comunisti, che hanno firmato il disastro ecologico dell’Italia».

GLI IMMOBILIARISTI – Segue galleria di immagini degli eco-mostri distribuiti lungo tutta la Penisola. Le telecamere tornano quindi su Celentano che parte lancia in resta contro un’altra categoria, quella degli immobiliaristi. «Bestie ricche – le definisce il Molleggiato – che non puzzano, anzi sono profumati, ma dove passano loro non cresce più l’erba».

NE’ PRODI NE’ BERLUSCONI – Al culmine del suo sermone eco-ambientalista Celentano rivolge un appello ai candidati premier, Prodi e Berlusconi. «Chiunque andrà al governo – attacca Celentano – deve assicurarmi che manterrà le promesse». «Non farò il tifo per nessuno dei due – assicura lo showman – ma starò con chi tra i due si avvicina di più a questo sogno: abbattere tutte le cose brutte». La chiosa è per l’azienda che lo ospita: «Tutto sommato la Rai è rock, certo un po’ sofferto però siamo qui, forse a Mediaset non si potrà mai fare e quindi sono contento».

LA VALLETTA E LA MUSICA – Alle 23 in punto fa la sua prima apparizione la valletta, Luisa Ranieri. In completo verde speranza, scivola via dopo qualche minuto. Un po’ di attesa e poi è il turno di Ligabue. Seconda interruzione per la pubblicità. La scaletta prevede a quel punto l’esibizione dei Negrita, ultimo spazio musicale in una puntata che ha avuto anche parecchie citazioni sia nei video dedicati agli anni Sessanta (Elvis Presley) sia negli stacchi musicali (Jimi Hendrix, «I’m a man» nell’arrangiamento dei Chicago). Prima della fine c’è un ultimo spazio satirico: Crozza nella parte del Bush dopo Katrina. A mezzanotte e 1 minuto, dopo quasi tre ore di maratona, Adriano intona «24 mila baci», poi saluta e se ne va. Fine della prima puntata. Ce ne saranno altre tre. Forse. Perché le polemiche politiche sono cominciate già a spettacolo in corso.

LO SHARE – Come previsto però lo show è stato un successo dal punto di vista degli ascolti. Oltre 11 milioni e mezzo di telespettatori lo hanno infatti seguito: il programma di Celentano ha infatti incollato a Raiuno 11 milioni 649 mila fan pari al 47.19% di share. La parte che ha visto il ritorno in televisione del dimissionario europarlamentare Michele Santoro è stata seguita da 14.977.000 spettatori con il 49,84% di share. Un risultato quello complessivo del programma che migliora le già eccellenti performance dei due precedenti show del Molleggiato. L’esordio di «125 milioni di Caz..te» raccolse infatti 10 milioni 351 mila spettatori con il 41,95% di share, mentre la prima puntata di «Francamente me ne infischio» ottenne 9 milioni 696 mila pari al 42.29%. Nella fascia di prime time, Raiuno ha fatto segnare il 40.04%.

Lu.Ge.

27/10/2005 – Corriere della Sera


ott 27 2005

«I gay sono rock. Il Papa è hard rock»

«I gay sono rock. Il Papa è hard rock»

MILANO – L’amore è rock e l’amicizia è rock. La droga è lenta, la pornografia è lenta. Quelli che tirano sassi dal cavalcavia sono lenti, sono contro l’amicizia e fra loro non sono amici. Il Papa è hard rock… perché apre la porta ai divorziati. I gay sono rock ma i matrimoni gay sono lenti. E Zapatero è lentissimo». Adriano Celentano inizia così, riproponendo e aggiornando la sua divisione del mondo in rock e lento, la seconda puntata di RockPolitik, la trasmissione su cui, dopo le polemiche scaturite dal debutto della scorsa settimana, sono stati puntati gli occhi di tutti. E che ha fatto registrare un nuovo record di ascolti: 12 milioni e 544 mila spettatori e uno share del 49,42% (giovedì scorso erano stati 11 milioni e 649 mila e lo share del 47,18%).

SCHUMI E VALENTINO – «Fabbricare mine è lento, lentissimo – dice ancora il Molleggiato
continuando con il suo elenco a ritmo di blues -, il volontariato è rock. Un tedesco che guida la Ferrari è rock, se però non impara l’italiano è lento. Il viagra è lento, il peperoncino è rock». Poi al giochino si aggrega Valentino Rossi che dà le sue categorie: «La televisione è lenta, i Simpson sono rock. Vincere è rock, doparsi è lento. Farsi intervistare è lento, fare un monolgo è rock». E quando Celentano chiede al pilota di dare un consiglio ai politici, la risposta di Valentino è pronta: «Comprarsi una moto e andarsi a fare un giro».

IL RITORNO DI CROZZA – Poi la scena passa a Crozza che dopo il successo della parodia dei Gipsy King («Zapatero, Zapatera») della settimana scorsa si ripropone in versione latinoamericana in stile «Buena Vista Social Club» e lancia la canzone Compagno Che-lentan impersonando Compay Segundo. «Non parlar del premier superemo, non parlar di politica. È l’unico spazio libre il tuo programma mentre l’unica cosa che a Cuba c’è di libre è il Cuba libre. A Cuba no se abla altro che de Che-lentan, anche Fidel abla de te. E ricordate che in tiempo di eleziones tu es l’unico comunista in Italia ad avere uno strascio de programma». E Che-lentan viene descritto come «comunista da una semana», comunista da una settimana, e invitato proprio da Fidel ad andare a fare tv anche a l’Avana.

IL BLOB SUI POLITICI – Una gag con Antonio Cornacchione introduce poi un videoclip-blob con dichiarazioni di politici e spezzoni di filmati dei primi anni ’90 . Tra i quali quello di Raimondo Vianello che racconta dagli schermi di Canale 5 di voler votare per Berlusconi (con Antonella Elia che dice: allora voto anche io visto che non ho idee politiche e a qualcuno mi dovrò aggregare) e Gianfranco Fini che dai banchi della Camera se la prende con Bossi dopo la caduta del primo governo Berlusconi nel 1994. Quindi immagini di Prodi che parla del suo lavoro all’Iri e dello stesso Berlusconi furioso, nel 1995, per l’avviso di garanzia ricevuto pochi mesi prima a Napoli durante il vertice internazionale sulla criminalità.

IL MONOLOGO SUI GRATTACIELI - E’ proprio il blob sulla politica ad introdurre il monologo-predica di Celentano. Incentrato sulla politica. E sull’umiltà. Celentano parla delle Torri Gemelle abbattute dai terroristi di Al Qaeda e ricorda come al loro posto sorgeranno altri due enormi grattacieli. Un’occasione perduta, secondo il cantante, perché manifestano arroganza e non umiltà. Un riferimento che, passando da una critica alle case popolari («che i mandanti della Democrazia Cristiana hanno costruito per i comunisti che si accontentano, pur di avere dei voti in più»), punta diretto anche Milano e al progetto della giunta Albertini di realizzare tre grattacieli al posto dell’ex fiera. Che Celentano vorrebbe invece trasformare in una «zona ottocentesca», un «giardino della città» perché «bisogna fare precipitare il 2005 nell’800» e coniugare modernità e poesia.

IL POETA BENIGNI - «Il 27 ottobre è il giorno in cui nascono i poeti». Così Celentano introduce Roberto Benigni, che partecipa alla trasmissione nel giorno del suo 53esimo compleanno, nel momento più atteso dello show. Il comico toscano replica da par suo: «E’ una settimana che
leggo di Celentano. Tutto un casino per un bischero come Celentano». E poi un messaggio a Berlusconi: «Silvio, quando comico prende in giro un politico lo aiuta. E io stasera ti voglio aiutare. Sì, sono venuto per aiutare Silviuccio».

LA «CASA DELLE LIBERTA’» - «Silvio noi ti vogliamo bene, ma hai esagerato – dice Benigni -. Avevi già fatto una lista, ne hai fatta un’altra. Ci sei cascato ancora, sei proprio un pollo, roba che a darti la mano ci attacchi il virus». E poi un consiglio: «E’ questa la vera casa delle libertà, Silvio. Vieni qui e fai il comico così puoi dire a Prodi tutto quello che vuoi». Ricordandogli però la regola: «Se vuoi venire da Celentano devi dare le dimissioni. Quindi sei invitato». Benigni invita poi il Molleggiato a scrivere una lettera di scuse a Berlusconi.

IL MOMENTO DI EROS - Dopo Benigni lo spazio va alla musica. Prima
arriva Eros Ramazzotti che con Celentano canta «Il ragazzo della via Gluck» (con una variante sul finale: «Il telepredicatore di destra, o di sinistra? Chissa, chissà, chissà come finirà…», e un’altra sul calcio, con gli sfottoò dello juventino Ramazzotti) e poi, da solo, «La nostra vita». Infine torna in scena Maurizio Crozza in versione Tom Jones che sull’aria di Sex Bomb prende poi in giro Berlusconi e la legge elettorale, Lex Bomb, «una legge bomba / così gli italiani ci rivoteranno / anche se poi li tromba». Prima della chiusura entrano in campo i Sud Sound System che si esibiscono nel loro rock cantato in dialetto del Salento. Si chiude la seconda puntata e questa volta le prime reazioni, anche da destra, sono addirittura entusiastiche. Il ministro delle Comunicazioni, Landolfi, passa dalle accuse di una settimana fa all’elogio di Benigni: «Questa sì che è vera satira».

A. Sa.

27/10/2005 – Corriere della Sera