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lug 8 2010

Memorie di Adriano politico suo malgrado

La biografia di Celentano scritta dal nipote: era berlusconiano
come tutti i self made man, ma ora non lo trova più sincero

ANDREA SCANZI

ROMA
Bruno Perini sembra quasi suo zio. Giornalista militante, giocatore indefesso di biliardo. Ha appena scritto Memorie di zio Adriano (Mondadori). Il libro migliore su Adriano Celentano: suo zio, appunto. Perini è figlio di Maria, sorella maggiore del Molleggiato. In Yuppi Du interpreta un prete: una sorta di personale compromesso storico. È l’intellettuale di famiglia, abituato a spiegare il mondo allo zio. Cosa voleva dire «stagflazione» e cosa «reazionario» (l’accusa mossagli dopo Chi non lavora non fa l’amore).

Memorie di zio Adriano è storia di un aspirante orologiaio che diventa Elvis italiano, conservatore e rivoluzionario. Tutto e il suo contrario. Uomo col terrore di volare, ma non con la fantasia e l’azzardo. Il libro ha soprattutto il merito di raccontare l’evoluzione più inaspettata del Molleggiato: quella da re degli ignoranti, da «cretino di talento» come lo battezzò Giorgio Bocca, al più politico degli impolitici. Se da una parte esiste ancora l’Adriano che non sa parlare d’amore ed esce di rado, vendendo vagonate di dischi, c’è ormai anche il Celentano impegnato, spintosi ben oltre l’ecologismo ante-litteram. Perani, forse perché parzialmente responsabile di tale mutazione, sorride. «È arrivato alla politica con l’intuito, da animale istintivo. È cominciata con le polemiche di Fantastico 8. Poi lo colpì il caso Sofri. Mi chiedeva chiarimenti, faceva confusione su sentenze di primo e secondo grado, prendeva appunti».

Com’è stato possibile che il popolare (e populista) Celentano sia diventato icona antiberlusconiana? «Adriano era berlusconiano come tutti i self made men. Per questo gli piacque subito anche Di Pietro. Il pregio maggiore di mio zio è l’autenticità. Ha smesso di credere in Berlusconi quando ha capito che non era autentico. Già non gli perdonava la speculazione edilizia e gli spot, per questo non è mai andato in Mediaset. Ora c’è di più: la sentenza Dell’Utri lo ha sconvolto. Mi dice: “Ci pensi? Berlusconi frequenta Dell’Utri, che per 20 anni aveva relazioni molto pericolose”. Intuisce che è il premier a non volerlo in Rai e non dimentica lo sgarbo fatto a Claudia Mori per la fiction su De Gasperi. Era tutto pronto, regia di Liliana Cavani. Venti giorni dopo la conferenza stampa, la Rai fa sapere a Claudia, la produttrice, che Berlusconi non vuole la Cavani. Lo zio non ci credeva: “Ti rendi conto? Come si permette questo qua di bloccare tutto?”». La Mori non ha gradito il libro. «La zia ha un carattere non facile, è molto possessiva. Quando è circolata la voce, sbagliata, che fosse la “biografia autorizzata”, si è arrabbiata e lo zio ha fatto una smentita. Poi però quattro notti fa mi ha chiamato per dirgli che il libro lo aveva emozionato. La zia ha tanti meriti, dall’avere contribuito alla crescita politica di Adriano all’allontanamento di certi amici, gli stessi che gli dissero di non fare un film con Pasolini».

La Mori era tra il pubblico di Raiperunanotte. «Doveva andare anche Adriano, ma ha pensato che era troppo. Lui poi ama i grandi numeri e quella era una cosa un po’ di nicchia. Però ha mandato Claudia. L’apice politico è stato Rockpolitik. Lo aveva ferito l’ukase bulgaro. Quando gli amici dicevano che faceva tivù troppo di sinistra, rispondeva che gli autori di destra non esistono. Aveva provato a bilanciare, ma mancava a qualità». Tra lui e Santoro c’è feeling. «Sì, ma non tanto ideologico. Allo zio piace l’uso senza vincoli che fa Santoro della tivù. Ci si rivede, è come se fosse suo erede». L’ultimo Celentano è anche editorialista. «Gli dico che scrive articoli perfetti per Il Manifesto e si mette a ridere. Legge Il Fatto e il suo passaggio dal Corriere a Repubblica è sintomatico: il Corriere gli bocciava tutte le idee».

Si è parlato di Celentano sindaco di Milano. «Una boutade nata alla presentazione del libro di Mario Capanna. Aveva letto si è no tre pagine, ma gli erano piaciute». Celentano pasionario e grillista? Aveva perfino aderito al secondo V-Day. «Beppe è amico di sua figlia Rosita. Si stimano, ma sono troppo istrioni per non essere gelosi l’uno dell’altro. E poi lo zio c’è rimasto un po’ male per il no di Grillo a Rockpolitik». A inizio carriera, Celentano lambiva la politica con canzoni di innocua indignazione: Mondo in Mi7, Svalutation. Ora no: «Né destra né sinistra», ha scritto per lui Ivano Fossati. Ci si specchia ancora. Però sembra come che il ragazzo della Via Gluck voglia andare alla guerra. Sopra le barricate, addirittura.

08/07/2010 - La Stampa


giu 27 2010

Memorie da Molleggiato: «Così scampai alle bombe»

La vita e gli aneddoti nel racconto del nipote Celentano. Pasolini voleva fare un film sulla via Gluck.

MILANO — E se quel giorno fosse andato a scuola, rimanendo come qualche suo compagno, sotto le macerie della scuola bombardata? E se negli ultimi anni 60 Pierpaolo Pasolini fosse riuscito a trasformare «Il ragazzo della via Gluck?» in un film? E se vent’anni dopo, certi malintesi non avessero bloccato un disco epocale a tre voci con Lucio Battisti e Mina? Adriano Celentano pensa spesso e ovviamente con sentimenti diversi a queste tre schegge di vita capitategli in periodi molto diversi. La prima è stata un colossale colpo di fortuna, con lui alle elementari che simula la febbre per non aver fatto i compiti: un raid aereo anglo-americano seminerà lutti e distruzione anche nella sua aula. Le altre due restano invece occasioni mancate che continuano a pesargli nel cuore. Non si sa se più quel progetto cinematografico tanto voluto (ma invano) dal regista-scrittore o la possibilità di unirsi, pure per un solo disco, ai due cantanti dai lui massimamente apprezzati.

Ecco un Celentano anche inedito: prima bambino discolo, poi showman acclamato, anticonformista furbo, guru imprevedibile, interprete di mezzo secolo di costume italiano. Per l’occasione raccontato da uno di famiglia, il nipote Bruno Perini, 59 anni, giornalista, che per Mondadori ha firmato, facendo il verso a Marguerite Yourcenar, «Memorie di zio Adriano». La biografia, in anteprima al Corriere della Sera, ancora prima di uscire ha suscitato distaccate reazioni preventive da parte del celebre zio («Io non ho autorizzato nessun libro, ci mancherebbe… ») e soprattutto dalla zia Claudia Mori, che guarda caso risulta pure lei al lavoro su una (presumibilmente autorizzata) «Celentano Story». Quando nasce Adriano? Come quinto (e non particolarmente desiderato) figlio del venditore ambulante Leontino e della sarta a domicilio Giuditta, vede la luce il 6 gennaio 1938 a Milano in via Gluck. Come personaggio-fenomeno che cambierà radicalmente il modo di fare musica, televisione e comunicazione, nasce invece nell’estate del 1959 quando la radio e i primi juke box lanciano una canzone che agita gli adolescenti e preoccupa i genitori: «Il tuo bacio è come un rock». Quel ritmo indiavolato, quella scarica di pura adrenalina in jeans sintetizza bene la potente energia d’un Paese che dalla rifondazione si affaccia sul boom economico.

«E pensare che almeno fino alla tarda adolescenza—ricorda il nipote-autore (figlio di Maria, unica sorella viva di Adriano) — lo zio è stato l’unico in famiglia a rifiutarsi di cantare». Ma poi è arrivato il rock e niente è stato più come prima. Lui che timido non è mai stato, visto che da ragazzino metteva in fuga i fidanzati sgraditi delle sorelle tirandosi giù le mutande, a quel punto si è scatenato. Prima le imitazioni di Jerry Lewis, poi da aspirante orologiaio a urlante interprete di «L’orologio matto», versione nostrana del classico «Rock around the clock». Al punto da rimediare un invito (taroccato) in Germania per sostituire nientemeno che Elvis Presley. Al posto del divino Elvis, Adriano e il suo sconosciuto gruppo: Giorgio Gaber alla chitarra, Enzo Jannacci al piano, Luigi Tenco al sax. Il libro sorvola giustamente sulla sua galleria di successi, stranoti e stratrasmessi da decenni per battere strade più personali. Quella religiosa per esempio: radicata fin dall’inizio, coltivata in tanti incontri al Centro San Fedele, dei Gesuiti, tradizionale appuntamento di dibattito ad alto livello e culminata nel commosso incontro in Vaticano con Papa Wojtyla.

Poi c’è la questione politica che non ha risparmiato colpi di scena. A partire dai roventi anni 70 quando canta a Sanremo la reazionaria «Chi non lavora non fa l’amore» dopo aver preso distanza da capelloni e generazione beat. Quindi svolta progressista con la sensibilizzazione sui problemi economici cadenzata dalla originale «Svalutation» e la presa di posizione contro la caccia. Quando però c’è la discesa in campo di Silvio Berlusconi, lui applaude quella che all’inizio ritiene una salutare, energica novità. Ma gradatamente innesta la retromarcia fino alla polemica presa di posizione con l’ultima apparizione tv di «Rockpolitik» dove parlano Enzo Biagi, vittima dell’editto bulgaro, Roberto Benigni, il nobel Dario Fo, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Michele Santoro, tanto per dare un’idea del cambiamento di rotta. Certamente, pur non autorizzato, questo resta pur sempre un libro di famiglia. Per cui la famosa e divulgata storia d’amore con Ornella Muti è soltanto accennata. Sulla pesante e mai sanata diatriba con Don Backy, ex amico del Clan, si sorvola. Così come non si scava sul recente grande freddo con Mogol, i cui testi hanno contribuito al suo rilancio. Memorie di Adriano sì, ma di mezzo c’è pur sempre uno zio.

Gian Luigi Paracchini

27/06/2010 - Corriere della Sera


giu 27 2010

Arriva la biografia storica di Celentano, “Memorie di zio Adriano”

Torna sulla cresta dell’onda Adriano Celentano, l’artista che portò il rock’n roll in Italia, che negli anni Sessanta fece inferocire i contestatori con la canzone Chi non lavora non fa l’amore e negli anni Ottanta si fece processare per aver lanciato il motto La caccia è contro l’amore a pochi giorni dal referendum. La sua storia è un pezzo di storia d’Italia.

E’ il nipote del Molleggiato, Bruno Perini, giornalista e scrittore, a scrivere per Mondadori la prima biografia storica del Re degli ignoranti, “Memorie di Zio Adriano”.

di Bruno Perini

Quando il 4 agosto del 1974 scesi dal treno non me ne resi subito conto. Alla stazione Santa Lucia di Venezia c’era grande confusione, gli altoparlanti annunciavano treni in ritardo, la gente assembrata in piccoli capannelli commentava qualcosa che era avvenuto sulla linea feroviaria ma allora non esistevano i cellulari, la comunicazione era molto più lenta e così non mi resi conto immediatamente dell’accaduto, pensai a un ‘incidente ferroviario. Mi imbarcai sul primo traghetto e raggiunsi l’albergo. Ero tutto concentrato sulla piccola parte che lo zio Adriano mi aveva assegnato nel suo nuovo film, Yuppi Du, e per tutto il tragitto nel labirinto veneziano pensai al fatto che mi sarei dovuto vestire da prete. Un prete un po’ ortodosso, d’accordo, ma pur sempre un prete.

Già, lo zio Adriano, dispettoso come al solito, con tono sarcastico mi aveva detto: “Vuoi fare una parte nel mio film, hai bisogno di soldi per sposarti? Bene te li devi guadagnare. Se vuoi ti faccio fare la parte del prete, se no niente”. Io, contestatore pre-sensantottino, fan di Lenin e di Marx alla stessa stregua dei fans dei Rolling Stone e dei Beatles, vestito da prete! Che orrore! Alla fine, come si deduce dal film che verrà presentato a Venezia dopo una attenta rivisitazione dello zio, accettai. Lo considerai una forma molto personale di compromesso storico. Solo qualche ora dopo, però, mi resi conto che i miei problemi politico esistenziali erano poca cosa rispetto a quello che era accaduto in Italia quello stesso giorno del mio arrivo a Venezia: quel trambusto alla stazione che avevo visto con i miei occhi era più che giustificato, quella data sarebbe passata tristemente alla storia come la strage dell’Italicus compiuta in Val di Sambro il 4 agosto del 1974. 12 morti e 44 feriti. Era l’epicentro della strategia del terrore, iniziata nel 1969 con la strage di piazza Fontana e continuata nell’80 con la strage di Bologna. I lettori si chiederanno perchè ricordare Yuppi Du con quelle date tragiche della storia d’Italia. Non c’è, ovviamente, un nesso, se non una singolare sovrapposizione di date, quella coincidenza mi è semplicemente rimasta impressa. Ho calcolato in seguito che l’esplosione dell’Italicus avvenne 20 minuti dopo aver incrociato il treno che mi portava a Venezia sul set di Yuppi Du.

A parte gli eventi tragici di quell’epoca, quando la redazione di Affaritaliani mi ha chiesto, in occasione della presentazione di Yuppi Du a Venezia, di mettere nero su bianco frammenti di ricordi e emozioni ho cercato di scavare nella memoria, lasciando volentieri ai critici cinematografici un giudizio postumo sul film. Ai tempi mi colpì il giudizio di Grazzini del Corriere della Sera, “Una ventata d’aria nuova nel cinema italiano”, ma per me la vera novità, mista a emozione, fu vedere Charlotte Rampling in carne ed ossa. Aveva già turbato i miei sonni di ventiquattrenne nel Portiere di Notte ma vederla da vicino, con quello sguardo carico di sensualità e perversione, fu un vero trauma. Fino al momento in cui andai sul set lei era uno dei tanti miti irraggiungibili del cinema, ma quando quel lunedì di agosto mio zio me la presentò non riuscii neppure a dire “piacere”, la salivazione si azzerò e per tutto il giorno continuai a guardarla. Chissà cosa avrà pensato di quel giovanotto che continuava a fissarla come se fosse stata la madonna.

Ricordo altri episodi divertenti. A parte l’espressione turbata di mio padre quando Adriano gli chiese si fare la parte del gay, ricordo un particolare che ancora oggi mi fa ridere. A quell’epoca ero fidanzato con Delia, la donna che sarebbe diventata mia moglie l’anno successivo e madre di Virginia nell’80. Il giorno in cui dovevo esordire sul set con la mia comparsata, Delia mi venne a trovare a Venezia. Alla mattina del grande giorno essendo in ritardo mi vestii da prete e a piedi mi diressi con lei verso il set. La tenevo per la vita e non mi rendevo conto dell’ abito che indossavo. Svoltando in una minuscola calle feci quasi svenire una anziana donna veneziana. Vedendo quel prete per mano con una giovane donna dai capelli rossi l’anziana signora volse gli occhi al cielo in segno di preghiera e sussurrò “Oh santo Dio un prete abbracciato a una donna. Cosa dovremo ancora vedere?!”.

Non meno divertente fu la trattativa per i miei compensi. Avevo bisogno di soldi per mettere su famiglia. E lo zio lo aveva capito. Io d’altronde non ero un attore e non lo sarei mai diventato quindi mi sarebbe andato bene qualsiasi compenso. Quando arrivai a Venezia il direttore di produzione mi prese da parte e mi disse in tono confidenziale: “Caro Bruno, ti possiamo dare 60.000 lire a posa per quattro pose, più 20.000 lire di diaria”. A me sembrava un’enormità ma tentai il colpaccio, andai dallo zio e gli chiesi se mi poteva alzare la parcella. Lui ci penso un po’ e poi disse: “Me ne occupo io”. Fui pagato 200.000 lire a posa più 20.000 lire al giorno di diaria! Insomma un milione in tutto! Non ci volevo credere ma fu davverò così. I lettori avranno capito che oltre ad essere un bel film Yuppi Du per me è una specie di album di famiglia. Quando ho saputo che Adriano stava rimettendo le mani sulla pelliccola del 1975 gli ho chiesto con apprensione: “Non è che tagli la mia parte?”. “No, non preoccuparti, la tua parte è intatta”.

27/06/2010 - Affaritaliani.it