mag
10
2008
pubblicato da andryonline
Si intitola “Oh Celentano� il primo singolo estratto dal nuovo album degli Audio 2. Il brano, scritto con Mogol, è una sorta di sfottò bonario nei confronti del cantante milanese in cui si parla delle lunghe pause dei suoi monologhi, della sua lotta contro la costruzione di grattacieli e del suo essere così schivo.
“Non nascondo che all’inizio della loro carriera gli Audio 2 mi sembrassero un gruppo di imitatoriâ€?, ha spiegato Mogol. “Ascoltando le loro ultime produzioni mi sono trovato di fronte a canzoni che avrei potuto scrivere con Lucio Battisti, ed è a questo punto che mi sono definitivamente convinto della loro bravuraâ€?.
L’album, ancora in fase di produzione, potrebbe intitolarsi “Audio 2 + Mogolâ€? e tra le canzoni contenute dovrebbe esserci anche “L’ultimo balloâ€?: “E’ una canzone d’amore sulla fine di un amore scritta in punta di penaâ€?, spiega il celebre paroliere. “Le parole erano già scritte nella musica degli Audio 2. Io se sento una bella canzone la respiroâ€?. (Fonte: La Repubblica)
10/05/2008 – MusicaItaliana.com
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apr
15
2008
pubblicato da andryonline
La virago della scuola di Amici, Alessandra Celentano, resta salda sulle sue dure posizioni rincuorata dalle critiche che riceve dal celebre parente («Mi dice di essere sempre me stessa») e dal giovane marito
ROMA, 14 apr – Se fate a un qualunque under venti il nome Celentano, state certi che vi risponderà riferendosi ad Alessandra, la “cattiva” della scuola di Amici, dimenticandosi dell’assai più celebre “molleggiato”. E chissà se il celebre zio avrebbe mai pensato che la nipote – figlia di suo fratello maggiore – complice un reality di successo, un carattere di ferro e una schiettezza rasente la cattivera, ne avrebbe adombrato, televisivamente parlando, la fama?
Lei, Alessandra Celentano, dopo Costantino, la Pierelli e tutti gli “Amici” figli di Maria, è l’ultima creatura partorita dalla mente della De Filippi e assurta agli onori delle cronache mediatiche. Temuta dalla metà dei suoi allievi (quelli sui quali non si accanisce), guardata in cagnesco dai suoi colleghi, attaccata dalla stessa conduttrice spalleggiata da Platinette, lei continua dritta per la sua strada, fatta di stroncature, dirette e impietose, verso chi non ritiene degno di fare il ballerino/a.
Avevamo avuto modo di intervistarla tempo fa e lei, molto disponibilmente, ci aveva spiegato le ragioni del suo essere così severa. Ora, dalle pagine del settimanale Tu, in vista della finalissima di mercoledì 16 aprile e in risposta alle continue e crescenti critiche nei suoi confronti, ritorna sull’argomento e chiarisce una volta per tutte: «È meglio non creare illusioni: la danza non è per tutti. Le ballerine della tivù non sono tutte brave, però “sono fisicate”: c’è una selezione naturale e l’aspetto conta».
Ma questa volta, forse stufa di condurre una battaglia sola in prima linea (fatta esclusione per l’apporto di George Iancu, famoso ballerino coreografo classico, partner storico della Fracci che gli autori della trasmissione le hanno affiancato da metà serale in avanti, per bilanciare un po’ i giochi) Alessandra confessa di avere dalla sua due appoggi molto importanti. Quello del celebre zio Adriano («Mio zio mi segue e mi dice di essere sempre me stessa») e del marito, il manager Angelo Trementozzi di sei anni più giovane. Che le dice sempre di «fregarsene e anche se le sue parole hanno un impatto forte, approva la sua coerenza».
Particolare curioso, sempre a Tu Alessandra confessa di essere arrivata ad Amici grazie a Garrison, che la conosce da quando era bambina e che ha fatto il suo nome a Maria De Filippi. (non sapendo, ai tempi, di allevarsi una sepre in seno…). E se le si chiede su chi punta, tra i ragazzi finalisti, oltre allo scontato Francesco, a sorpresa fa il nome della cantante Roberta. Finalmente una donna, considerato che, come le fa sempre notare in studio Platinette, l’insegnante sembra avere un debole per gli artisti di sesso maschile. L’anno scorso Cristo, quest’anno il biondo ballerino di Jesi. E invece evidentemente anche dentro il cuore di una dura virago pulsa un po’ di solidarietà femminile.
14/04/2008 – Libero News
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gen
2
2008
pubblicato da molleggiato
Oggi l’Adriano Celentano personaggio della tv e il difensore di cause destinate a fare polemica occupa più spazio pubblico del cantante ma i suoi settanta anni – il cantante è nato il 6 gennaio 1938 a Milano da una famiglia di saldissime origine foggiane – sono ora un’occasione per ricordare una carriera lunga più di mezzo secolo, che rappresenta uno dei capitoli più pregiati della storia della canzone italiana. Senza contare che negli ultimi dieci anni con il disco con Mina, con Io non so parlar d’amore, Esco di rado e parlo ancora meno fino al recente Dormi amore la situazione non è buona ha realizzato vendite assolutamente fuori portata per il mercato italiano.
Tra i tanti fan di Celentano probabilmente è stato Emir Kusturica a definire la sua grandezza di cantante: qualche anno fa era in tour con la sua band e, a chi gli chiedeva quali fossero i suoi eroi musicali, il regista di Underground pare rispondesse: “Adriano Celentano. I dischi americani erano banditi erano banditi e nei Paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est è stato lui a farci conoscere il rock’n’roll�.
Sul piano musicale la sua carriera è divisa in diverse fasi. La prima è quella del rock’n’roll. Celentano pensò di conciliare la portata eversiva di quella musica rivoluzionaria con la comicità di Jerry Lewis. Le sue doti naturali e il suo strampalato stile di ballerino hanno fatto nascere il mito del “Molleggiato�. Prima alla festa dei Ricky Boys, la band di rock’n’roll formata con Gaber e Jannacci poi con brani come Il tuo bacio è come un rock, Il ribelle, Ciao ti dirò. Nel ’61 arriva secondo a Sanremo in coppia con Little Tony con Ventiquattromila baci.
La fase del rock’n’roll si conclude con l’inizio dell’avventura del Clan, sorta di “rat pack� (il celebre clan di Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis jr e Peter Lawford) alla milanese formato da amici, parenti e fidanzate. Durante questo periodo incide Pregherò cover di Stand by me in cui manifesta quello spirito religioso-predicatorio che diventerà poi uno dei tratti caratteristici della sua personalità , Chi ce l’ha con me, Grazie prego scusi, Il tangaccio, Stai lontana da me. Il Clan finirà in un mare di carte bollate (con Don Backy in particolare) mentre gli anni della contestazione rischiano di minare il suo status di divo assoluto dell’epoca d’oro del Cantagiro e del 45 giri. Nel 1966 anticipa le tesi ecologiste con Il ragazzo della via Gluck (la via di Milano dove è nato).
Più o meno nello stesso periodo incide un altro dei suoi capolavori, Azzurro, brano scritto nel 1966 da Paolo Conte. Il filone ecologista ha un altro caposaldo nel Mondo in mi settima. Con La coppia più bella del mondo nel 1967 si attira le accuse di antidivorzismo ma il singolo viene pubblicato con un retro che è tra le più belle di cantante, Una carezza in un pugno.
La polemica con la generazione del ’68 esplode con Tre passi avanti, Torno sui miei passi e Chi non lavora non fa l’amore che, cantata in coppia con Claudia Mori (nel frattempo diventata sua moglie) vince Sanremo nel ’70. Del ’72 è un altro colpo del suo genio anticipatore: Prisencolinensinainciusol, un gramelot funk che è il primo rap italiano (che finirà in classifica negli Usa). Nel 1977 è il primo cantante italiano a fare una tournèe negli stadi. Nel 1976 pubblica il suo più grande successo del decennio, Svalutation. Gli anni ’80 – mentre la sua stella di cantante si appanna – vedono la sua trasformazione in protagonista della commedia cinematografica e il suo debutto da telepredicatore con l’ormai leggendario Fantastico 8.
Da allora fino a oggi la sua carriera si è divisa tra le già citate esperienze discografiche e le sue seguitissime apparizioni tv. La più originale tra le sue performance musicali recenti l’ha realizzata davanti a Papa Wojtyla nel 1997 a Bologna, di fronte a 500 mila persone e la diretta tv, improvvisando una marcia da “Molleggiato� attorno al Pontefice.
di Paolo Biamonte
Il cinema, una passione che rode dentro
Arrivato al fatidico capo dei 70, Adriano Celentano potrebbe ammettere che il suo vero sogno nel cassetto è la regia cinematografica. Felliniano ad origine controllata, Celentano non a caso figura nel cast de “La Dolce Vita� dove si esibiva come cantante rock nelle notti di Via Veneto. Il suo primo incontro con la cinepresa si deve a Lucio Fulci che lo scritturò tra il 1959 e il ’60 per “I ragazzi del juke box� e “Urlatori alla sbarra�. Appena quattro anni dopo passa dietro la macchina da presa per “Super rapina a Milano�, paradossale scherzo goliardico del Clan con Piero Vivarelli a sorvegliare discretamente il neo-regista, Claudia Mori come primadonna e gli amici del tempo (Don Backy, Micky Del Prete, Gino Santercole) nei ruoli maggiori.
Il film ricorda da vicino le bizzarrie surreali dei Beatles (la scalcinata trama rimanda ai titoli di Richard Lester) e non ebbe seguito immediato, ma confermò il talento del personaggio anche come attore. E allora Pietro Germi lo diresse nel 1969 in “Serafino�, forse il suo miglior film d’attore, mentre “Er più – Storia d’amore e di coltello� lo propone negli improponibili panni di un bullo romano, una sorta di Rugantino, nei quali incredibilmente funziona.
Ma il tarlo della regia rodeva Celentano. Puntualmente nel 1975, mentre Corbucci cuciva a misura su di lui la maschera comica destinata a grande fortuna con “Di che segno sei?� (col ruolo del ballerino di provincia Fred Astaire), l’idolo del rock all’italiana firmava il suo autentico primo film da regista. Era “Yuppi Du�, fantasia surreale ambientata a Venezia e interamente girata in studio, una commedia musicale inclassificabile che molti esperti inseriscono anche oggi tra gli oggetti cult del cinema italiano.
Tutti motivi che avrebbe rivisitato con alterna fortuna nelle opere successive tra “Geppo il folle� (1978) e il kolossal “Joan Lui� (1985) segnato da un insuccesso al box office che solo i recenti trionfi televisivi hanno parzialmente lenito.
Nel frattempo il Celentano attore si era ampiamente riscattato diventando un autentico divo della commedia durante tutti gli anni ’80. Tra i successi più amati dal pubblico quelli firmati dalla coppia Castellano & Pipolo da “Mani di velluto� a “Il burbero�, passando per “Il bisbetico domato�, “Asso�, “Innamorato pazzo�, grazie al quale incontrò Ornella Muti dando vita ad una delle “liaison dangereuse� più chiacchierate dello spettacolo italiano.
di Giorgio Gossetti
Venne Adriano e la tivvù cambiò pelle
Le pause, celebri quanto i monologhi a sorpresa, l’assoluta libertà editoriale, i contratti milionari, le polemiche, i record di ascolti: sono gli ingredienti della tv “made by Celentano�, definita anche la “dissoluzione del varietà �. Ovvero vent’anni di successi, originalità , provocazioni lanciate dal Molleggiato da quando, nell’autunno del 1987, fu chiamato a condurre il primo Fantastico del dopo-Baudo, passato alla Fininvest, fino all’ultimo show di un mese fa, La situazione di mia sorella non è buona.
Per 14 settimane, tra sermoni, amnesie, silenzi, papere, Celentano inchioda con Fantastico 8 davanti a Raiuno milioni di spettatori (oltre 15 per la finale). Il clou, sabato 7 novembre 1987: alla vigilia del referendum sulla caccia, l’ex ragazzo della via Gluck mostra un raccapricciante filmato sull’uccisione dei cuccioli di foche e invita il pubblico a scrivere sulla scheda referendaria “La caccia è contro l’amore� e a mandare al Presidente della Repubblica il messaggio “Io sono il figlio della foca, non voglio che mia madre pianga�. Si corregge, per evitare l’annullamento della scheda, ma non evita la multa della Rai da 200 milioni né il processo per turbativa elettorale, dal quale uscirà assolto con formula piena.
Primo ritorno a dicembre 1992 su Raitre con Svalutation, solo due puntate annunciate dal promo “Si salvi chi può�. Il Molleggiato se la prende con i ricchi, chiede che vengano restituite all’Italia la bellezza di un tempo e le botteghe degli artigiani. Risultato, 5 milioni di media contro le “corazzate� Scommettiamo che? e Paperissima.
Bisognerà aspettare fino al 1999 – fatta eccezione per poche apparizioni – per rivedere Celentano in tv. Francamente me ne infischio è il titolo-bandiera dello show che lo riporta su Raiuno, annunciato da un battage mediatico senza precedenti. Fioccano le polemiche e gli ascolti: la prima puntata fa oltre 9,5 milioni di spettatori (42,29 %).
Ancora fibrillazione e allarme monologhi ad aprile 2001: è la volta di 125 milioni di caz..te. Cibi transgenici, la legge sulla donazione degli organi, la frenesia del vivere moderno, la salute, l’amore. Eccezionali gli ospiti (da Dario Fo a Giorgio Gaber) e gli ascolti: all’esordio oltre 12 milioni nella prima parte e quasi 8 nella seconda.
Nel 2005 il nuovo pulpito per Celentano è Rockpolitick, in onda su Raiuno fra ottobre e novembre: dividendo il mondo in “lento� e “rock�, il telepredicatore ridà il microfono a Michele Santoro, diffonde la classifica della Freedon House sulla libertà d’informazione con l’Italia solo 79/ma, ospita Roberto Benigni insieme al quale, facendo il verso a Totò e Peppino, scrive una lunga lettera a Silvio Berlusconi. La media delle quattro puntate sarà del 46%, per un costo di 22 miliardi di vecchie lire. Come sempre il ciclone Celentano ha avuto piena libertà autoriale, ma il direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, ne prende le distanze.
Il resto è storia di oggi: dopo una promozione massiccia, il 26 novembre arriva su Raiuno La situazione di mia sorella non è buona, serata-evento legata al nuovo cd Dormi amore, la situazione non è buona.
di Angela Majoli
02/01/2008 – La Gazzetta del Mezzogiorno
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nov
28
2007
pubblicato da molleggiato
Se c’è un argomento da prendere con le pinze è quello dell’età , sia ben chiaro: è facile essere odiosi a parlar di «giovani», e peggio ancor di «vecchi».
Ma il problema è che il mondo della televisione e dei mass-media è anche un circo commerciale impietoso: «Questo non è un paese per vecchi», sia detto scomodando il celebre incipit del poeta irlandese Yeats. E notare come Adriano Celentano, più che un insuccesso, abbia fatto lo spettacolo-evento di Nonna Rai, è una notizia che vale molto. Non per fare del facile sprezzo gerontofobico, ma il punto è che soprattutto ha incantato un telespettatore su due della sterminata platea degli italiani «over 65». È il quarto Stato celentanesco che ha marciato sulla prima rete compattando 9 milioni e passa di spettatori per un’ora e mezzo. Se fossimo negli Stati Uniti, per esempio, dove le classifiche televisive sono ormai strette alla cosiddetta «audience commerciale», che riunisce solo il pubblico dai 15 anni a 64 anni, si direbbe un gran bel flop.
Ma non ci ha provato nemmeno lui a fare ancora una volta il Molleggiato, a quasi 70 anni compiuti: si è limitato a riunire un po’ di vecchi amici, come se fosse nel suo studio di Galbiate. Certo, c’era pure un contorno con la sfolgorante nuova stella Laura Chiatti, Fabio Fazio che gli ha reso la visita, il pianista Lodovico Einaudi che l’ha nobilitato. Il paradosso è che tutto questo, e soprattutto le nuove sparate delle sue celeberrime prediche, subito ridotte in miniclip su Internet, apre ancora un po’ la strada a Celentano verso il pubblico dei giovani e dell’età di mezzo. Molti si sono scaricati magari solo il tormentone di Tricarico «La situazione di mia sorella non è buona», e non hanno visto un secondo della celentanata tv.
E poi non si vuol discutere del genio televisivo di Celentano, che si vede ancora, eccome, ma del risultato così terribilmente in linea con l’assetto della prima rete del servizio pubblico nazionale, che in fondo è uno specchio del Paese del Palazzo, se non lo specchio per eccellenza. Tanto per dire, al glorioso varietà popolare del sabato sera, su Raiuno si ritrovano a mala pena 15 italiani sui 100 «under 35» che guardano la tv, e appena 9 su 100 per il nuovo show dei Fuoriclasse. Persino Miss Italia – che la Rai ha affidato all’ottantenne Mike Bongiorno come coraggiosamente consegna il festival di Sanremo all’esordiente Pippo Baudo – raccoglie una platea molto in là con gli anni, e dire che un concorso di bellezza per ragazzine dovrebbe mantenere una certa attrattiva almeno per i maschietti.
La prossima mossa acchiappa-pubblico è la tanto attesa lettura dantesca giovedì sera, ma per quanto il solito Benignaccio la condisca e prepari con le sue strepitose lepidezze di sessual’attualità è pur sempre la stessa Divina Commedia che una gran bella fetta degli studenti nati dagli Anni Sessanta in poi ha cercato di evitare. Ci mancherebbe solo, dopo Celentano, un altro Nonno Rai da Oscar! Chissà se saranno due show a farci mettere a tema una buona volta, invece del solo declino della Rai, il problema culturale del rinnovamento in Italia.
PAOLO MARTINI
28/11/2007 – La Stampa
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nov
28
2006
pubblicato da molleggiato
Filippo ci ha segnalato questa intervista a Pipolo (Giuseppe Moccia) di alcuni mesi fa, prima che ci lasciasse, recentemente.
Come mai Celentano ha smesso di fare film nell’87 con “Il Burbero”? Non pensi che avrebbe potuto fare anche qualcosa di più?
Certo che avrebbe potuto. E potrebbe ancora. Pensa che bei personaggi degni di un Jack Nicholson o di un Bill Murray potrebbe interpretare specialmente adesso che la sua maschera, con l’età , si è fatta ancora più interessante! E, tanto per la cronaca, Il Burbero non è stato il suo ultimo film. Qualche anno dopo ha interpretato Jackpot diretto da Mario Orfini, un film che parla di un contadino naif che viene utilizzato da degli scienziati per ricondurre alla semplicità dei bambini dai cervelli superdotati e dediti ai computers. Comunque sono sempre in contatto con Adriano e ho promesso di scrivere al più presto una storia adatta a lui e al suo attuale momento. Ha detto però che se la trovo, questa storia, la vorrebbe dirigere lui. E sarebbe anche questa una prima volta perché Adriano, che adopera in maniera eccezionale la macchina da presa, stavolta non scriverebbe la sceneggiatura di un suo film da regista. Sto pensando alla storia di un barbone filosofo che vive ai margini della città e… scusami ma non vado oltre perché la devo raccontare prima a lui.
[...]
Ti è piaciuto il programma?
Il programma mi è piaciuto moltissimo. E mi è dispiaciuto, a differenza di “Fantastico 8â€? in cui io e Franco eravamo tra gli autori e dove sono nate per la prima volta le famose “pause di riflessioneâ€?, di non avervi partecipato. Ma le troppe difficoltà e soprattutto la distanza (sia geografica che politica) hanno reso improbabile la mia partecipazione. Ciò non toglie che penso che alcuni numeri di Rockpolitik come per esempio la lettera a Berlusconi di Adriano e Benigni siano stati delle gemme del varietà della televisione italiana. Come sempre accade in tutto ciò che fa Adriano, ci si aspettava sempre l’evento e si stava ogni settimana con il fiato sospeso. Conoscendo bene Adriano io sono stato tra quelli che ha sempre pensato di un probabile arrivo di Silvio in trasmissione e so che c’è stato un momento in cui questa possibilità stava per diventare certezza.
Da destra attacchi furiosi, da sinistra ovazioni scomposte oppure estremee pavide cautele. Funari ci dice che Adriano in realtà è democristiano. Tu che lo conosci, cosa pensi dell’appartenenza politica di Celentano (sempre ammesso che ne abbia una)?
Funari ha fatto centro, in tutti i sensi. Adriano è democristiano ma soprattutto cristiano. Lui è un fustigatore di costumi e non a caso mi ha sempre detto che l’episodio del vangelo che gli è piaciuto più di altri è quello in cui Gesù prende a frustate i mercanti del Tempio. C’è chi l’ha definito “Il Re degli ignoranti� o “Un cretino di talento� io politicamente lo definirei “un Cristiano di Sinistra�. “Rockpolitik� è stato praticamente un pulpito da cui predicare le sue verità . Più aspre del solito anche perché stavolta gli autori che lo coadiuvavano erano Cugia (Jack Folla), Cerami (La Tigre e la neve), Michele Serra (i monologhi di Beppe Grillo), i quali, specie per le parti in cui non recitava Adriano, hanno inasprito i toni degli altri attori determinando un tipo di spettacolo che non è stato molto gradito dalla borghesia. Ti posso solo dire che molti miei amici ben pensanti ( si dice così?) ogni volta che mi incontravano dopo una trasmissione di Adriano se la prendevano con me che sono suo amico. In realtà Adriano possiede un innato senso di giustizia e questo, unito alla sua mania di protagonismo e alle dure realtà della vita attuale che sono peggiorate con gli anni, lo porta a giudicare, correggere e insegnare qualcosa a tutti. Anche se vari giornalisti hanno trovato dei controsensi tra il suo modo di predicare e la conduzione della sua vita materiale additandolo come un predicatore che predica bene e razzola male, io ti posso dire per quanto lo conosco (e lo conosco molto bene) che Adriano è sempre in buona fede.
Trovi che Adriano sia cambiato da quando recitava nei tuoi film?
Per niente. Gli argomenti sono sempre quelli: sia l’amore per la campagna, per gli animali e l’odio per lo smog, la città e i cittadini de Il bisbetico domato (pensate alla scena in cui parla ai corvi e li convince ad andarsene) oppure il disprezzo dei potenti e la fiducia nella sincerità e del trionfo dell’amore di Innamorato Pazzo. Questo riguardo ai film miei e di Castellano. Ma anche allora, all’apice del successo cinematografico di cassetta Adriano sentiva la necessità di alternare il personaggio di attore popolarissimo dei nostri film con quello ieratico e predicatore. Non a caso tra Il bisbetico domato e Innamorato pazzo ha girato Joan Lui dove si identifica addirittura in un profeta con chitarra che ha molti punti di contatto con Gesù.
In che rapporti sei rimasto con Adriano? Lo senti ogni tanto?
Come ho già detto, sono rimasto in ottimi rapporti con lui e lo sento molto spesso. Gli ho telefonato subito dopo l’ultima puntata di “Rockpolitik� per commentare e pochi giorni fa, il 6 gennaio per fargli gli auguri perché, come forse saprai, Adriano è nato proprio nel giorno dell’Epifania e io, oltre a chiamarlo “Il celebre�, “Il Re� e “Il Più� lo chiamo (ma solo in quell’occasione) “Befanino�.
Conosco tantissimi attori, posso dire quasi tutti, ma non ci si vede e non ci si sente quasi mai come se ci fosse un tacito accordo di rincontrarci a una serata o al prossimo film. Con Adriano è diverso perché, col tempo e con le avventure che ci hanno uniti, siamo diventati amici. E’ un’amicizia che dura da anni e a cui tengo moltissimo. E’ cominciata una sera d’estate, al Foro Italico dove lui (era solo un cantante e alle prime armi) si esibiva per la prima volta a Roma. Io ero un giovane studente e già un suo fan, lo avevo visto in tivù e a Sanremo; pensa che io non facevo cinema, disegnavo e andavo in giro con i pantaloni a zampa di elefante, le basette lunghe cercando di vestirmi come lui. Il pubblico già l’amava e prese a fischi perfino Corrado che presentava e il quartetto Cetra che si esibiva perché non voleva aspettare e pretendeva di vedere subito ed esclusivamente lui. Perfino il cantante brasiliano Joao Gilberto, il re della bossa nova, fu fischiato e uno scalmanato gli lanciò una sedia. Tutto questo finché non entrò in scena Adriano. Quando uscì sul palco ci fu un uragano di applausi, fischi all’americana e grida isteriche. Si esibì con “Il tuo bacio è come un rock� e tanti altri suoi successi dimenandosi in quella sua maniera caratteristica che gli è valsa il soprannome de “Il Molleggiato�. Tutti cantavamo e ballavamo con lui e alla fine della serata raggiunsi con difficoltà la roulotte che l’ospitava e grazie a degli amici comuni (tra cui Gianni Minà ) riuscii a fare la sua conoscenza.
Un cantante agli esordi e un suo fan invasato. Chi l’avrebbe detto che vari anni dopo (è troppo lungo raccontare quando e come) ci saremmo rincontrati, io sceneggiatore di film comici di successo e lui superstar! E che sarei diventato suo amico! E che lo avrei diretto tante volte!
Si vede che era destino.
13/01/2006 – CineBoom.it
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set
24
2005
pubblicato da molleggiato
Il lavoro in un capannone industriale alla periferia di Milano
Il programma andrà in onda su RaiUno a partire dal 20 ottobre
MILANO – I fasci di luce che partono dai fari incastonati sul fondale di sinistra inondano il ponte di Brooklyn, lo scenario che si staglia, un pò murales e un pò cartapesta, dietro lo spazio riservato al pubblico. A vederla così, tempestata di piccoli blocchi disposti a mò di frangifolla, la platea sembra la curva di uno stadio sospeso nella storia. Dall’altra parte, da dove proviene la fonte luminosa, c’è lo skyline di Manatthan. L’immagine della modernità violata dal terrorismo. Il simbolo di uno dei grandi accadimenti che saranno raccontati in una specie di viaggio nel tempo, dentro le metamorfosi e gli stravolgimenti della società , attraverso un percorso scandito dalla musica, dalla comicità e dalle parole. Accanto allo sfondo di New York, a pochi metri dai grattacieli che squarciano il cielo terso post 11 settembre, c’è però molto altro. Si scorgono luoghi e oggetti che riportano ad epoche passate: rovine archeologiche, scavi, colonne doriche. Capitelli. Archetti. Facciate di edifici antichi. Rocce vere e rocce finte.
Si vedono braccia umane che attingono da enormi casse piene di massi da posizionare: alcuni ancora ricoperti di terriccio, altri ben levigati. Poi una tipica casa cinese, stile Anno del Dragone, e, impresse su stele e colonne votive, scritte evocative di abitudini contemporanee (“discount”, si legge su una delle quattro gigantesche pareti dello studio). Al centro, di nuovo, una spruzzata di futuribile: due maxi schermi che spiccano su relativi palcoscenici. Facile prevedere che rimanderanno, quei pannelli elettronici, i primi piani del padrone di casa, i movimenti del volto, i muscoli induriti, i suoi sorrisi dissacranti. Il celebre batter di palpebre e ciglia che, assieme alle pause leggendarie, ne ha fatto uno dei tratti distintivi.
Benvenuti nel nuovo regno di Adriano Celentano. Benvenuti nello studio dove dal 20 ottobre (Raiuno) andrà in onda Rockpolitik, il nuovo attesissimo show del Molleggiato. Un programma che cavalcherà gli ultimi cinquantanni di storia italiana e mondiale attraverso il rock e i grandi eventi, dalla morte di John Fitzgerald Kennedy all’attentato alle Torri Gemelle, dalla Prima Repubblica all’ascesa politica di Silvio Berlusconi. Il ritorno in tv di Celentano che, stando alle indiscrezioni sin qui trapelate, dovrebbe essere accompagnato dalla bella attrice napoletana Luisa Ranieri e dai comici Maurizio Crozza e Antonio Cornacchione.
Siamo all’interno di un capannone industriale alla periferia di Brugherio, hinterland milanese. Immersi dentro una scenografia di impressionante grandiosità , una cornice alla Blade Runner dove ogni elemento, ogni piccolo dettaglio, anche quelli che potrebbero far pensare a un eccesso di ridondanza, a un appesantimento architettonico, sembrano studiati apposta per folgorare l’occhio del telespettatore. Per entrare bisogna attraversare una falegnameria.
Il laboratorio, per volere dello stesso Celentano, è stato allestito proprio accanto allo studio, affinché il materiale di scena, i pannelli, le scene, le opere forgiate dagli artigiani, appena ultimate vengano trasportate subito e in gran segreto dentro questo enorme contenitore televisivo. Una cinquantina di operai lavorano come carbonari, protetti da una teoria di addetti alla sicurezza al quale è stato affidato il compito di blindare il capannone.
Lo spazio che abbiamo di fronte è un paio di migliaia di metri quadrati, arredati seguendo un filo sottile che tiene assieme passato e futuro. Sembra un luogo senza tempo, lo studio del nuovo Celentano, o, viceversa, una storia dei luoghi e dei tempi. Una specie di riassunto della civiltà , dalle origini al presente incerto.
Appena entrati, la prima cosa che balza all’occhio è infatti la miscellanea di materiali e di stili; le pareti sono ricoperte di rocce e pietre di ogni tipo, che danno la sensazione di trovarsi in un villaggio globale dove Celentano e i suoi ospiti (sicuro Roberto Benigni) guideranno gli spettatori alla scoperta degli arcani della nostra società e di quelle precedenti. Dove si muoverà , fisicamente, l’ex ragazzo della via Gluck è difficile prevederlo. Dei due palchi, di dimensioni contenute, che si affacciano davanti alla gradinata del pubblico, uno dovrebbe essere appannaggio dell’orchestra. L’altro, probabilmente, di Celentano & Co. Ma c’è, proprio al centro dello studio, un grande spazio scenico. Da lì si arrampica una lunga rampa che “passando dalla Cina” (una casetta perfettamente ricostruita puntellata dal classico colonnato con i draghi) porta diritto a Manatthan.
Fa un certo effetto vedere la sproporzione tra le dimensioni degli operai che percorrono quella rampa e quelle delle pareti allestite dagli scenografi. Un uomo della produzione posa lo sguardo sulla platea deserta. Spiega a un collaboratore che il pubblico, tre-quattrocento persone, potrebbe essere di un colore diverso ad ogni puntata: una volta vestito di bianco, una volta di nero. Ma altre sorprese ci saranno. Per ora sono segreti che a sera restano chiusi a chiave dentro il capannone di Brugherio. Celentano abita non distante da qui. Abbastanza vicino per sentire le prime note del suo Rockpolitik.
Paolo Berizzi
24/09/2005 – La Repubblica
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