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nov 25 2011

Celentano, il disco più politico 2011. Con Jovanotti, Battiato, Manu Chao

Copertina di 'Facciamo finta che sia vero'

di Marinella Venegoni

Diavolo d’un Celentano, è suo il disco più politico di questo anno che sta morendo annegato in canzoni di amori che finiscono male. «Facciamo finta che sia vero», che esce il 29 novembre, è un fuoco di fila su temi che riguardano tutti noi, cittadini del mondo e dell’Italia; è come se Adriano rubasse dalle nostre menti e dalle chiacchiere le grandi domande quotidiane che ci inquietano quando guardiamo i Tg; è come se desse voce alle risposte meste, o sardoniche, che frullano le nostre conversazioni. E’ come se amplificasse in ritmo un pensiero collettivo e la visione di un’epoca fra le più buie della nostra storia.

Ma «Facciamo finta che sia vero» non è un album noioso, tutt’altro. E’ anzi il più riuscito e vivace degli ultimi anni, anche nelle musiche e nei suoni assai contemporanei; con una dimensione da concept e una freschezza che fa da contraltare alla corposità dei contenuti. Il talento di interprete del Molleggiato esce rivitalizzato dall’incontro con gli autori (e spesso con le loro voci), scelti fra i più qualificati e credibili di varie generazioni. L’epoca dei suoi lavori con Mogol e Gianni Bella sembra appartenere a un lontano passato, oggi il Celentano degli spettacoli televisivi moraleggianti, ormai lontano dalla tv, ha trovato spazio sul fronte musicale.

Jovanotti finisce per apparire, qui, come una sorta di alter ego, confermando un’affinità storica con il Molleggiato; suo il testo di «Fuoco nel vento», dove si canta di «ciarlatani ed impostori/spacciatori di realtà», e di «Preti che gestiscono segreti/Che hanno messo sotto i piedi/Ogni eterna verità». E’ sempre sua «La cumbia di chi cambia», un cimento vocale per Adriano, con la musica trascinante che ingloba concetti come «I funzionari dello stato italiano/Si lascian spesso prendere la mano… Capita spesso che li trovi a rubare…». Sembra di leggere in rima i quotidiani di questi giorni.

Ma c’è pure una ispirata new entry nel mondo celentanesco, Franco Battiato, che con il falsetto e dopo la sua spietata fotografia della «Povera Patria», ritorna con la stessa ispirazione nel pezzo che dà il titolo al disco: musica di Piovani, testo suo e di Sgalambro che dice «Siamo nelle mani del peggiore stile di vita/Nelle mani di insensati governanti…»: cronache dell’altro ieri, ancora merce palpitante in un duetto quanto meno stravagante con il padrone di casa.

L’inconfondibile musica dondolante di Manu Chao diventa poi lo sfondo di una inquietudine corale palpabile, con le voci degli stessi Jovanotti e Battiato, e di Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, che si confondono in un testo celentanesco dove si canta l’impotenza collettiva di fronte alla società che ripete i propri errori: «Il problema è la radio, questa radio che non smette e che continua a dirci le stesse cose da tanti anni», si riflette in «Non so più cosa fare».

Celentano compirà il 6 gennaio 74 anni. Più di Mick Jagger, più di McCartney, rispetto ai quali, nel nostro piccolo d’Italia, si è speso con più parsimonia e a largo raggio, continuando a cercare con spirito indomito una strada espressiva adatta ai tempi e che gli somigliasse fino in fondo. L’ha trovata, anche, andando indietro. Perché nell’album svetta il gran finale «Il Mutuo», musica e testo dello stesso Adriano: è un autentico «Mondo in mi7» del Terzo Millennio, ispirato e visionario, un’ode dolorosa e rabbiosa che riprende, attualizzandoli, i temi da sempre cari al Molleggiato; come una scaletta di programma televisivo che potrebbe nascere. Inglese maccheronico come interludio, e consigli («Diffida di chi ti vuole vendere/specie quando ti dicono:/non importa se ora non paghi…»), sogni urbanistici («Quartieri e piccoli artigiani/su per gli antichi selciati..»), ecologia («Il seme di ogni forma di vita/lontano da quei loculi quadrati di cemento»), invettive («La solitudine dell’uomo/vive nel marcio/di quelle bustarelle comunali..»), perfino un inno alla decrescita («L’unica via contro lo spread»).

E’ una settimana di fuoco, questa, per la serie A della musica popolare che si candida alle vendite natalizie. Dopo Mina, Ligabue, il libro di Vasco, Tiziano Ferro, fra poco Venditti, Adriano Celentano entra di prepotenza fra i candidati alla hitparade, e promette interventi tv per annunciare il ritorno discografico: il segreto è di rigore, ma sarà obbligatorio Fazio. Claudia Mori, la moglie di Adriano, la cui voce è ben riconoscibile nei cori, racconta di un lavoro messo su con abbastanza velocità, in sei mesi: «La bravura di Adriano, come dice Paolo Conte, è stata di far capire il senso del ragionamento del testo che sta cantando». Questa volta, più del solito. Possibilità di rivedere Celentano in tv, promozione a parte? «Non ce n’è, non gliela fanno fare, la tv. Sì è vero, l’aria è cambiata: ma da pochi minuti. E’ quel cambio d’aria che non si sa se arrivi fino alla Rai».

25/11/2011 – La Stampa


dic 5 2010

Adriano, la tua storia è come un rock

Nell’estate del ’59, con «Il tuo bacio è come un rock», Adriano Celentano raggiunse per la prima volta la vetta della Hit Parade. Seguirono «24.000 baci» e tanti altri «numeri uno», il più recente nel 2007. «Adriano Celentano. Bastava il nome per fare alzare tutti dai tavoli da gioco della Casa del Popolo del mio paese e, con le carte ancora in mano, mettersi in piedi davanti alla televisione in un silenzio zuppo di gioia» ricorda Roberto Benigni nella prefazione di «Azzurro», uno dei 14 album (e altrettanti libretti) che fanno parte della raccolta esclusiva in edicola con Sorrisi dal 2 dicembre. «Non accadeva nemmeno per Berlinguer» continua Benigni. «Adriano Celentano, religioso e sensuale. Una via di mezzo tra Papa Giovanni e Brigitte Bardot». Un carisma, quello descritto così bene da Benigni, che ha fatto di Celentano una superstar unica nella storia dello spettacolo italiano, capace di lasciare il segno (non solo nella musica ma anche al cinema e in tv) in ognuno degli ultimi sette decenni, dagli Anni 50 ai neonati Anni 10.
La collezione di Sorrisi parte con «Io non so parlar d’amore» del ’99, un album da due milioni di copie reso immortale da brani come «L’emozione non ha voce» e «L’arcobaleno», scritte da Gianni Bella e Mogol. Si prosegue, dal 9 dicembre, con «Azzurro» del ’68 e altri 12 album usciti tra il ’66 e il 2007. Il più vecchio è «Il ragazzo della via Gluck», che prende il titolo da una delle sue canzoni più famose: «È carica di una malinconica poesia e rabbia» scrive Dario Fo nella prefazione dell’album. «È il risentito canto verso la brutalità di imprenditori che, in combutta con i gestori della città, spianano povere abitazioni di bassa rendita per poi erigere casoni e grattacieli». La raccolta si concluderà il 3 marzo con «Geppo il folle», colonna sonora del visionario film del ’78, di cui Celentano fu anche regista, sceneggiatore, produttore, montatore e scenografo. Una delle tante scelte spericolate di un artista che, scrive Walter Veltroni nella prefazione, «ha attraversato stili, sonorità, costumi, per regalarci a ogni canzone, emozione e vitalità».

di Antonio Mustara

03/12/2010 – TV Sorrisi & Canzoni


dic 5 2010

Le grandi canzoni di Celentano per una lunga biografia in musica

IN EDICOLA DA OGGI CON IL «CORRIERE» I QUATTORDICI DISCHI PIÙ SIGNIFICATIVI DEL MOLLEGGIATO

Ogni album con una prefazione d’autore, da Benigni a Fo

MILANO – Potrebbe anche cantare l’elenco telefonico. Qualche anno fa in un’intervista Paolo Conte si espresse così su Adriano Celentano, celebrando la capacità del Molleggiato, così spiegò, di rendere intellegibile qualsiasi testo. Potrebbero sembrare carinerie fra due personaggi che fanno lo stesso mestiere, legati per di più dal fatto che uno è l’autore di uno dei più grandi successi della canzone italiana, «Azzurro», e l’altro è l’interprete che l’ha portato al successo. Conflitto d’interessi a parte, in quel giudizio dello chansonnier astigiano sta la chiave per capire il cantante milanese: uno che con delle «canzonette» in senso leggero è riuscito a far passare di tutto, amore, impegno e nonsense. A partire da oggi si può ricostruire la carriera di Adriano con il Corriere della Sera. Fino al 3 marzo, ogni settimana sarà in edicola con il quotidiano uno dei quattordici album più significativi della carriera dell’artista nato il 6 gennaio 1938. La prima uscita è «Io non so parlar d’amore», album del 1999 che segnò la nascita di un proficuo periodo di collaborazione con Mogol e Gianni Bella: si potrà acquistare in edicola, come tutti gli altri dischi della collana, al prezzo di 9,99 euro oltre al costo del giornale. In omaggio con il primo numero ci sarà anche un cofanetto creato per raccogliere tutte le uscite. Questa collana è la riedizione di una già pubblicata nel 2007 dal Corriere. Per questo ritorno è stata completamente rivisitata la veste grafica ed è stato adottato anche un formato classico, da un volumetto con le dimensioni di un libro si è passati all’ingombro classico dei cd. Per ciascuno degli album di questa collezione, eccezione fatta per l’ultimo «Dormi amore, la situazione non è buona», uscito nel 2008, nel libretto viene anche riproposta la prefazione d’autore di quella prima pubblicazione. Grandi nomi che hanno raccontato il loro modo di vedere Celentano. Quella del primo titolo è a firma di Claudia Mori, un dolce messaggio d’amore per il marito e compagno di avventure artistiche. «Tu sai parlare d’amore a tutti e di questo ne ho sempre un po’ sofferto», gli scrive. Le altre sono di Roberto Benigni, Vincenzo Cerami, Dario Fo, Giuliano Ferrara, Tonino Guerra, Paolo Conte, Fernanda Pivano, Liliana Cavani, Alda Merini, Furio Colombo, Marco Paolini e Walter Veltroni. Con questa selezione di album – mancano alcune cose degli esordi, i live, le colonne sonore e i dischi di cover – la panoramica sulla carriera di Celentano è completa. Riordinando cronologicamente la collana si parte con il 1966 e «Il ragazzo della via Gluck», album che prendeva il titolo dalla canzone che Adriano portò a Sanremo quello stesso anno e che raccoglieva molti pezzi già usciti in precedenza. La title track è un brano che contiene uno dei temi forti del Celentano-pensiero: la sensibilità ecologista colpita dalla cementificazione delle periferia milanese. Canzone tanto forte che nella prefazione Dario Fo se la immagina universale e cantata in dialetto milanese, napoletano e in francese. Proseguendo cronologicamente c’è un altro passo fondamentale: 1969, «Azzurro», il brano scritto da Paolo Conte. Per Benigni una canzone «bella come un chilo di albicocche», così intensa che andrebbe «proibita per legge». Gli anni Settanta sono fotografati da «I mali del secolo» 1972 in cui canta di menzogne, ecologia e droga; «Geppo il folle» 1978colonna sonora dell’omonimo film sulla fama, e «Soli» 1979 dove spicca l’omonima canzone scritta da Cutugno. Gli Anni Ottanta sono rappresentati da «Uh… uh…» 1982, in parte legato al film Bingo bongo, e «La pubblica ottusità» 1987 che esce in parallelo a Fantastico 8, quello del grande successo e delle polemiche per le dichiarazioni sul referendum sulla caccia. Negli Anni Novanta Adriano si definisce «Il re degli ignoranti» 1991, pubblica «Arrivano gli uomini» e con «Io non so parlar d’amore» 1999 apre la collaborazione con Mogol e Gianni Bella che prosegue in ««Esco di rado e parlo ancora meno» 2000, «Per sempre» 2002, «C’è sempre un motivo» 2004 e nell’ultimo capitolo della raccolta «Dormi amore, la situazione non è buona» del 2007. A. Laf. RIPRODUZIONE RISERVATA **** Le date Da oggi «Io non so parlar d’amore» (prefazione Claudia Mori) Dal 9 dicembre «Azzurro» (Roberto Benigni) Dal 16 dicembre «Esco di rado e parlo ancora meno» (V. Cerami) Dal 23 dicembre «Il ragazzo della via Gluck» (Dario Fo) Dal 30 dicembre «Per sempre» (Giuliano Ferrara) Dal 6 gennaio «Soli» Tonino Guerra Dal 13 gennaio «C’è sempre un motivo» Paolo Conte **** Le date Dal 20 gennaio «Dormi amore la situazione non è buona» Dal 27 gennaio «I mali del secolo» Fernanda Pivano Dal 3 febbraio «Il re degli ignoranti» Liliana Cavani Dal 10 febbraio «La pubblica ottusità» Alda Merini Dal 17 febbraio «Arrivano gli uomini» Furio Colombo Dal 24 febbraio «Uh… Uh…» Marco Paolini Dal 3 marzo «Geppo il folle» Walter Veltroni.

Laffranchi Andrea

02/12/2010 – Corriere della Sera


apr 11 2009

Mogol: costretto a censurare il mio brano per Celentano

«Diffidato con una lettera, Adriano mi vieta di usare il suo nome»

MILANO – Una canzone su Adriano Celentano. L’ha scrit­ta Mogol. Ma non la sentirete mai. Almeno nella sua ver­sione originale. Il destina­tario si è arrabbiato per il ritratto e l’autore si è au­tocensurato. La storia inizia lo scorso anno quando Mogol è al lavoro con gli Audio2. Sta compo­nendo i testi delle can­zoni e una melodia («Parto sempre da lì, mai da una storia o da un soggetto») gli suggerisce la parola Adriano: «Così ho pen­sato di scrivere una cosa per un amico. Con affetto e ironia, intesa non come presa in gi­ro ma come alleggerimento di caratteristiche del perso­naggio che magari non sono apprezzate da tutti».

Nel testo Mogol scherza sul volontario isolamento che tiene Adriano lontano dal pubblico: «Anche un ca­stello diventa prigione/ Se ti rinchiudi fra divani e pol­trone/ Esci e non solo nel tuo giardino/ Tutta la gen­te ti vuole vicino». C’era pure una bonaria presa in giro dei tic dell’amico: «E prova a dirmi una sola paro­la/ Poi fa una pausa di al­meno mezz’ora». E anche un accenno al disprezzo per i politici e alle batta­glie contro il degrado urba­nistico e la caccia. Quindi l’omaggio diretto: «Oh Adriano/ Dammi la tua mano/ Oh Adriano». Alla fine della stesura Mogol spedisce un provi­no a Celentano. Che gli ri­sponde con una letterac­cia: «Ti diffido dall’utiliz­zare il mio nome. Quella canzone dedicala a Va­sco Rossi». E così, nell’al­bum in uscita a maggio e che verrà lanciato pro­prio da questa canzone, il nome del Molleggiato non verrà pronunciato. Sparito. La nuova versio­ne prevede un «Lo dico piano/ Un aeroplano/ Non si abbassa con la mano» e un nuovo tito­lo, «La voce di un amico». Per­ché? «Sono a posto con la mia coscienza, ma per non contra­riarlo ho deciso la modifica» di­ce con gran pudore Mogol. E aggiunge: «Da quella lettera emergeva chiaramente che si sentiva offeso. Eppure quelle cose gliele dicevo anche di per­sona, come si fa con un fratello o un figlio. Mi è spiaciuto quel­lo che mi ha fatto Celentano. Fa male essere fraintesi: io vole­vo fargli una carezza e in cam­bio ho ricevuto una sberla». A spingere verso la scelta prudente anche la Carosello, etichetta del progetto Mogo­lAudio2. Lo spiega il mana­ging director Claudio Ferran­te: «Da un controllo effettuato dai nostri avvocati è emerso che ‘Adriano’ è un marchio re­gistrato che non può essere usato in contesti musicali con riferimento diretto a Celenta­no. Curioso che il deposito ri­salga a tre mesi fa, tempo do­po i contatti fra i due. Aveva­mo il disco già pronto e abbia­mo dovuto rifare la registra­zione ».

Mogol e Celentano si cono­scono da decenni e negli anni 90 hanno costruito, assieme a Gianni Bella, quattro album che hanno lasciato il segno nelle classifiche: 4 milioni di copie vendute e successi come «L’emozione non ha voce». «Ci siamo aiutati vicendevol­mente. Lui ha dato ai miei la­vori un’interpretazione di pe­so e fascino. Per ora non abbia­mo altri progetti assieme, ma non serbo rancore e lo consi­dero ancora un amico». Lettera a parte non c’è stato nessun contatto. «Non sento il bisogno di parlargli — preci­sa l’autore —. Quello che dovevo dirgli è scritto nella canzone. Dove, non a caso, di­co ‘ma non riconosci la voce di un amico’. Avevo anche pensato di buttare via tutto, ma poi ho pensato che non c’era nessu­na offesa». Dal Celentano e dal Clan nessuna replica. Per Mogol il giudizio finale è nelle mani del pubblico: «Sarà la gente a valutare se sono stato affettuo­so o offensivo. Spero solo che Adriano non sia stato influen­zato da nessuno».

Andrea Laffranchi

11/04/2009 – Corriere della Sera