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gen 28 2010

«Processo breve? Mi basta che sia giusto»

L’INTERVENTO: «AZZERARE I PROCEDIMENTI DEL PREMIER E POI FARE UNA VERA RIFORMA»

Celentano: «Ha ragione D’Alema, una legge ad personam è l’unica strada per uscire dalla paralisi della giustizia»

di ADRIANO CELENTANO

Povero me, cittadino che non capisce. Se c’è una cosa che al «povero cittadino» può creare uno stato di insofferenza latente, col rischio che via via muti in un vero e proprio male fisico, è quando nel bel mezzo di un conflitto fra due forze politiche che, pur nel conflitto, entrambe tendono allo stesso scopo, non si riesca a trovare una soluzione. Mi riferisco al «processo breve». Tutti lo vogliono breve, ma non si capisce quanto breve dev’essere, affinché la sua lunghezza possa soddisfare sia la destra che la sinistra. Dopo l’approvazione al Senato, Bersani dice che è stata la cosa peggiore che la destra abbia fatto, perché distrugge migliaia di processi per salvare quello di Berlusconi. Ma sarà vero che Berlusconi, pur di salvarsi da una eventuale condanna, getterebbe nello sconforto migliaia di persone che di punto in bianco si sentirebbero dire: «Mi dispiace il suo processo decade per scadenza dei termini?…». Con in più il risultato che mentre da una parte si renderebbe impunito colui che ha truffato, dall’altra invece, rimarrebbe l’amarezza di uno Stato che non ti difende?

Può anche darsi che a seguito di un accanimento giudiziario a cui è sottoposto il Presidente del consiglio, il quale essendo anche animato da uno spirito di vendetta, del tutto comprensibile direi, egli abbia da questa, preso lo spunto per mettere al vaglio una legge che già dal titolo, a detta dei detrattori, si preannuncia sbagliata. Ma se tutti lo vogliono breve il processo, mi domando io «povero cittadino che non capisce», allora dov’è lo sbaglio?… La verità è un’altra. È che i processi non devono essere né brevi né lunghi. Devono essere GIUSTI. E qui purtroppo, scatta l’eterno inghippo dal quale non si riesce a venirne fuori. L’esperienza mi insegna che non è facile essere giusti. E a guardare dalla lunghezza dei processi italiani, io credo che il nostro, sia il Paese più ingiusto del pianeta. Una specie di piaga, quella della giustizia lenta, da cui dipendono tutte le malattie del mondo. La crisi economica, il terrorismo, la N’drangheta, la mafia, la droga, la disonestà radicata ormai in tutti i settori, dalla quale scaturiscono il bullismo nelle scuole, il sovrappeso, l’Aids, il diabete e il Cancro.

Qualcuno forse non sa, che per essere giusti bisogna prima di tutto essere buoni. E la prima regola per essere buoni, è quella di comprendere che tutti possiamo sbagliare. Naturalmente ciò non significa che chi persiste nello sbaglio non debba pagare. Assolutamente no. Ma chi sono quelli che non sbagliano? Si chiede il «povero cittadino». Non sapendo forse, che il primo a sbagliare è proprio lui. Subito pronto a dare il voto a questo o quel partito, senza chiedersi se il Leader, di destra o di sinistra, avrà la sana capacità di non sottovalutare quelli che non l’anno votato. Sentimento essenziale per governare democraticamente, sapendo che non si può non tener conto che c’è un opposizione. Ma lo sbaglio più grosso che, a mio parere, commettono i politici e assieme a loro i giudici, è quello di non voler comprendere il grande valore della GIUSTIZIA e dell’impellente necessità di riformarla. Da qui, il motivo per cui l’intoppo cade sempre sullo stesso punto. I processi di Berlusconi.

Quindi, cosa facciamo? Si continua a litigare mentre il cittadino precipita? A questo punto credo sia utile fare due conti. Che piaccia o no, chi governa in questo momento è Berlusconi. L’impressione che io ho di lui, pur non condividendo la sua politica, è quella di un uomo i cui errori, se ci sono e io credo che ci siano, non nascondono però, la volontà e le buone intenzioni di lavorare per il bene del Paese. Certo il suo modo di concepire il bene, potrebbe non essere l’ideale. E francamente io non solo non lo concepisco, ma credo si vada incontro a una vera catastrofe, a partire, tanto per dirne una, dall’idea malsana di costruire nuove CENTRALI NUCLEARI. Senza contare le colate di cemento con le quali Formigoni e la Moratti stanno soffocando Milano. Fatto sta, che mai come in questo momento il Paese si trova di fronte a un bivio scottante: tutti vogliono accorciare i processi. Oggi sono così vergognosamente lunghi che prima di intentare causa a qualcuno, è seriamente consigliabile fare prima di tutto un calcolo approssimativo su quanto ci resta ancora da vivere. Diciamo che oltre i 40 anni già si rischia di vincere la causa 10 anni dopo la morte, se consideriamo l’età media su gli 80 anni. Quindi è senz’altro ragionevole accorciarli. Però (ed ecco l’intoppo) c’è chi li vuole accorciare troppo per non essere processato… A questo punto credo valga la pena considerare che, da tangentopoli in poi e ancora prima, pare che nessuno dei politici o quasi tutti, siano senza macchia.

Per cui credo siano maturi i tempi per far cessare, (solo nel caso specifico di questa volta), l’asfissiante braccio di ferro tra i giudici da una parte, che vogliono far cadere Berlusconi, e Berlusconi dall’altra, che per non cadere si inventa leggi anticaduta come quella del processo breve. È questo ciò che il «povero cittadino ormai esausto» chiede a tutte le forze politiche. L’opportunità di azzerare tutto a partire dai processi di Berlusconi e ricominciare da capo. Affinché egli non avendo più la spada dei giudici sulla sua testa, possa sedersi tranquillamente al tavolo con l’opposizione per fare la vera riforma sulla giustizia. Una riforma che magari preveda anche grossi incentivi a quei giudici che, non per legge, ma per la loro abilità e onestà riescono ad accorciare i processi prima del tempo considerato. Si tratta insomma di fare la famosa «leggina ad personam» di cui parlava anche D’Alema. Credo sia l’unica via per poter sciogliere quel granellino di sabbia che bloccando il motore della giustizia, paralizza l’intera società col rischio di gravi infezioni.

28/01/2010 - Corriere della Sera


nov 11 2009

Celentano: chi ama la musica non può fare a meno di X Factor

«RUFFINI E DEL NOCE? LA RAI BUTTA SPESSO CHI FA ASCOLTI»

Adriano si schiera: purtroppo ho scoperto la trasmissione solo quest’anno, grazie a mia moglie giudice

A chi devo dire bravo? Immagino a Giorgio Gori. È lui il produttore di questo riuscitissimo programma. Mi sento quasi in colpa di non aver seguito le edizioni precedenti. Quest’anno invece, grazie a uno dei magnifici tre, mi riferisco ai giudici naturalmente, di cui proprio con uno di loro, avendo anche dei rapporti «molto ravvicinati», ho avuto modo di analizzare non tanto il Factore di questa x, così estranea alla diroccata Rai di oggi, ma quanto invece, io ne fossi coinvolto e, soprattutto i motivi per cui non posso annoiarmi.

Una vera sorpresa come un fulmine a ciel sereno, se pensiamo che nel panorama musicale, non solo della Rai ma anche di Mediaset, non esiste una trasmissione specializzata sulla musica. E quando dico specializzata, significa dire che se un cantante, grande o piccolo che sia, volesse promuovere il suo disco, non può andare da Pippo Baudo a «Domenica in» o a «Domenica 5» o «Quelli che il calcio», perché vorrebbe dire SUICIDARSI lui e tutta la sua famiglia. Chi guarda «Quelli che il calcio», senza nulla togliere al programma e alla simpatica Simona, non gliene frega niente del tuo disco in uscita. Per cui, tu cantante, che non hai niente a che vedere col calcio, sei un disturbo per quelli che amano lo sport. Mi dirai «e allora dove vado?…». Devi andare nell’unico posto dove veramente sarai ascoltato per quello che fai. E questo posto oggi, è «X Factor».

Non solo perché è un programma specifico sulla musica, ma soprattutto per come è ben congeniato. Bella la regia, le scenografie, i trailer, il montaggio di come la puntata viene intercalata con i pezzi fuori onda, le prove, la preziosa assistenza dei vocal coach, i confessionali sempre interessanti e mai noiosi e poi… Ci sono loro. I Giudici. I veri protagonisti di questo spumeggiante spettacolo coadiuvati dalla forza motrice di Francesco Facchinetti. «I quattro cavalieri della tavola musicale» uniti nel «tutti per uno e uno per tutti» e «tutti contro tutti». Pur di realizzare, non solo il sogno di quel «NESSUNO» che un giorno sarà il vincitore, ma anche di quei «bravi» giovani che sono stati elimi­nati.

Ciò che fa la differenza, rispetto ad altre gare, compresa quella di Sanremo, è proprio questa gara su due fronti: quella dei cantanti e quella dei giudici. Anche se a mio parere e parlo di tutti e TRE, non sempre quando difendono i loro protetti riescono ad essere obbiettivi fino in fondo. Ma è comprensibile. La bugia detta su una esibizione non riuscita, spesso ha la funzione di dover tener conto le volte che invece è stata perfetta. Rimane comunque il fatto che Facchinetti non ha torto nel richiamare il bel Morgan, che io ammiro, come anche la simpatica Mara, quando nel dover decidere la sorte del cantante dicono: «Tu hai migliorato molto, ora sei perfetta per essere eliminata. Vattene e non farti più vedere sciagurata che non sei altro!…».

Non avendo visto le edizioni precedenti, devo però dire che la formazione dei giudici com’è adesso, mi appare straordinaria. Non pensavo, per esempio, che Claudia dopo tanti anni lontana dalle scene, recuperasse così in fretta, fin dalla prima puntata, una padronanza scenica che, non lo nego, ha spiazzato anche me, specialmente quando ha eliminato uno dei suoi cantanti. Mi sbaglierò ma la x dei «quattro cavalieri» credo sia la cosa più interessante che ho visto da quando la Rai ha iniziato il suo devastante declino. Il cui unico obbiettivo è tagliare le spese. A chi? Alle co­se che funzionano naturalmente. Si parla già di eliminare il day time serale perché ritenuto una spesa inutile.

Atteggiamento, questo della Rai, per fettamente in linea con quelle madri che buttano i figli nella spazzatura. E allora che cosa farsene di un Ruffini, direttore di Raitre la cui unica colpa è stata quella di saper coniugare qualità e grandi ascolti? Lo si manda via. Altrimenti la rete migliora e la Rai non sprofonda… E già che ci siamo si manda via an che Del Noce, l’uomo che durante la sua direzione sulla prima rete ha totalizzato il più alto record di ascolti. E pensare che a volte sono proprio le piccole leve che smuovono e rimettono in moto i grandi meccanismi. E una di queste leve è proprio «X Factor». E se posso permettermi un pronostico su chi sarà il vincitore di questa edizione, credo che la disputa finale sul campo, si svolgerà con un clamoroso testa a testa fra Giuliano da una parte, e tutti gli altri dall’altra…

Adriano Celentano

11/11/2009 - Corriere della Sera


set 28 2009

Il molleggiato di cartone

CELENTANO TORNA IN TIVU’, MA NON IN CARNE E OSSA. SARA’ PROTAGONISTA DI UNA SERIE DI ANIMAZIONI IN 26 EPISODI DISEGNATA DA MILO MANARA.
LA STORIA PARTE DALLA VIA GLUCK ED E’ PREVISTA SU SKY PER L’ANNO PROSSIMO.

“Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck”.
Correva l’anno 1966, l’alba del ‘68 e del maggio francese era alle porte, e si respirava aria di rivoluzione, quando Adriano Celentano publica prima il 45 giri della canzone presentata con scarso successo al Festival di Sanremo (viene eliminata dopo la prima serata!), poi l’album omonimo. La copertina raffigura il molleggiato a passeggio con un amico, entrambi di schiena. A distanza di quarantatrè primavere Il ragazzo della via Gluck sta per diventare una serie animata: 26 episodi da 26 minuti ciascuno, che segnerà anche il “passaggio” dell’artista milanese da mamma Rai al regno di Sky.
I cartoons, infatti, saranno coprodotti e trasmessi, presumibilmente, nel 2010 dalla piattaforma satellitare di mr. Murdoch.

IMPEGNO E AMARCORD

Per realizzare il suo grande sogno nel cassetto il cantautore, attore e conduttore televisivo, maestro di colpi di scena in presa diretta, ha voluto il meglio in circolazione. Consigliato e guidato dal fiuto della moglie Claudia Mori, produttrice di fiction e attrice (che vedremo prossimamente in X Factorsu Rai 2). Celentano si è affidato all’inconfondibile tratto del grande fumettista italiano Milo Manara, del regista-sceneggiatore Enzo D’Alò (La Gabbanella e il Gatto, La Freccia Azzurra e allo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami che proprio con D’Alò ha appena realizzato la serie tv per bambini Pipì, Pupù e Rosmarina. Manara darà vita a colpi di matite colorate ai personaggi cantati nella canzone, ricca di riferimenti autobiografici (la via Gluck com’è noto è la via dove il cantante viveva da ragazzo con la famiglia), nonché primo vero testo ecologista della storia della canzone italiana. E, conoscendo l’impegno del Molleggiato in difesa della natura, contro i guasti della rivoluzione industriale e della speculazione edilizia, si prevede che la serie animata sarà improntata all’impegno civile, più che al nostalgico amarcord.
Forse si ritroverà qualche pennellata di ricordi sparsi qua e là, mentre la voce di Celentano guiderà lo spettatore (anche attraverso i suoi brani cult) lungo gli scenari a lui più cari, nell’universo della globalità idealizzata da internet, dove l’uomo – perso il contatto con la terra e tra mille incontri puramente virtuali – ha letteralmente smarrito la strada. A essere ben saldi al timone sono, invece, autori e regista che da giugno lavoreranno al mega progetto.
Sulla carta il successo è già assicurato. Il “clan” Celentano ci punta moltissimo.

di Orietta Cicchinelli

17/09/2009 - Corriere Magazine

Si ringrazia l’utente Silvio TS per la trascrizione del presente articolo.


giu 28 2009

Ascoltai Billie Jean e capii: è un re
Poi le accuse l’hanno massacrato

IL RICORDO

Dentro di me, Michael Jackson è esploso quando dall’album di Thriller sentii per la prima volta Billie Jean

Michael Jackson - Billie Jean di ADRIANO CELENTANO
Dentro di me, Michael Jackson è esploso quando dall’album di Thriller sentii per la prima volta Billie Jean. Ri­masi colpito oltre che dal suo modo di cantare originalissimo, dall’innovati­vo arrangiamento di Quincy Jones. Ge­niali gli archi in controtempo a una rit­mica scarna dove il basso, in primo piano, la faceva da padrone a sottoline­are che stava per arrivare un Re. Già dall’introduzione, infatti, prima anco­ra di udire la sua voce, ebbi la strana sensazione come se quel basso dal­l’aria un po’ ossessiva e quegli archi che come in punta di piedi gli faceva­no da controcanto, fossero la sua vo­ce. Quasi come ad annunciare: «Ragaz­zi sono arrivato… per un po’ di tempo ci sarò io…». E lui c’è stato. Le note di quell’intro­duzione erano il preludio di un qualco­sa che stava musicalmente accadendo. Poi arriva la sua voce. E alla fine di quel brano, prima ancora di sentire il resto dell’album, avvertivo già il frago­re di un uragano che si sarebbe propa­gato per tutta la terra.

Settecentocin­quanta milioni di dischi venduti. E ora, tutti lì a domandarsi chi l’ha ucci­so. La diagnosi di arresto cardiaco, una banalità che dimostra quanto pue­rili possano essere la fantasia di chi viene colto in errore o l’incompetenza non certo degna di un medico, se si è esagerato nell’iniettare una medicina alla quale si era già assuefatti. Sono appena 48 ore da quando Micha­el è morto e la parola complot­to ha già fatto il giro del mon­do.

Ma il vero assassino è davanti a noi, è lì che ci guarda, lo incontriamo tutti i giorni quando andiamo a comprare il giornale o quando guardiamo la televisione. Si può dire che l’assassino ce l’abbiamo in casa, gli diamo da mangiare, da dormire, però non facciamo niente per educarlo a non uccidere. Facciamo finta di non vederlo e ci guardiamo be­ne dall’incazzarci se la notizia che esce dal piccolo schermo sulla piena assolu­zione di Michael Jackson non ha lo stesso risalto di quando invece, per an­ni, lo hanno infamato accusandolo di molestie sessuali. Per dieci anni i «criminalmedia» lo hanno massacrato nonostante lui si di­chiarasse innocente e nonostante nes­suna prova sia mai emersa. Lo hanno distrutto, devastato, piegato in due. E quando finalmente avevano l’opportu­nità di farlo rialzare per il giusto riscat­to di fronte al mondo, i media cos’han­no fatto? Gli hanno dato l’ultimo col­po di grazia: hanno detto «Michael Jackson è stato assolto». Ma lo hanno detto talmente a bassa voce che la pugnalata infertagli dai media stavolta è stata fatale.

Con l’animo ancora grondante di sangue ha cercato allora di dar voce a quell’innocenza finalmente riconosciu­ta, in un modo diverso e come sempre geniale. Lo sforzo era sovrumano. Do­veva raccogliere le sue ultime forze or­mai sbrindellate dalla micidiale mac­china del consumismo e così ha an­nunciato il suo ultimo incontro con i milioni di fan che si sono scapicollati per avere i biglietti ed essere presenti in uno dei 50 concerti-evento a Lon­dra. Per cinquanta giorni avrebbe can­tato, divertito e giocato con chi lo ha sempre amato e non ha mai dubitato della sua innocenza. Avrebbe parlato al mondo di quella verità che i media hanno vigliaccamente omesso. Ma il mondo ora lo ha capito!…

28/06/2009 - Corriere della Sera


feb 17 2009

El único hombre capaz de hablar con Italia

¿Quién comprende a Italia? No creo que la comprenda Giulio Andreotti, aunque conozca, muy probablemente, sus secretos más oscuros. Tampoco Berlusconi, aunque conozca su precio. Quizá quien más se aproxime al conocimiento del misterio, por vías que oscilan entre la mística y el topicazo, sea Adriano Celentano. Lo recién dicho suena a burrada, cierto. Pero cuando Celentano habla, Italia escucha. Luego Italia aplaude o se cabrea, protesta contra las incoherencias banales de Celentano o elogia su sinceridad. Hasta que el tipo vuelve a hablar, y el país escucha de nuevo.

Celentano es un artista de variedades. Ha sido imitador de Jerry Lewis, bailarín, actor y, sobre todo, compositor y cantante. De acuerdo, su currículo no parece el más apropiado para un profeta nacional. Tampoco el currículo de Berlusconi resulta modélico para el primer ministro de un país democrático, y ya ven.

¿Qué tiene de especial Celentano? Nada en concreto. Creó el himno oficioso de Italia, que no es el Volare de Modugno, como podría pensarse desde fuera, sino Azzurro. Eso es algo. Empezó a trotar escenarios en 1958 y ha mantenido una altísima popularidad, ininterrumpida, hasta hoy: resulta familiar, por tanto, para cualquier ciudadano italiano. Dice lo que le da la gana, lo cual constituye también un factor a tener en cuenta.

Lo anterior no explica por qué cualquier programa televisivo de Celentano alcanza audiencias aberrantes, cercanas, en casos puntuales, al 70%. Su programa Rockpolitik (2005), cuatro emisiones de tres horas cada una, fue casi un fenómeno telúrico. Nunca se ha sabido con exactitud cuánto pagó la RAI, la televisión pública, por Rockpolitik. Celentano daba un miedo atroz a los dirigentes de la RAI, y el director de RAI-1, Fabrizio del Noce, prefirió dimitir “temporalmente” antes del primer episodio y retomar ágilmente el cargo después del último. Rockpolitik fue, objetivamente, una de las mejores cosas que ha dado jamás la televisión europea. El sketch de la carta a Berlusconi, inspirado en una escena de una vieja película de Totó y protagonizado por Roberto Benigni y el propio Celentano, constituye un modelo de lo que se puede improvisar ante una cámara. Los sermones morales de Celentano, por otra parte, constituyen un ejemplo de lo que sólo puede ocurrir en Italia.

Lo anterior, de nuevo, no explica por qué sus discursos, a veces erráticos, a veces demagógicos, compuestos de palabras simples, dudas y silencios, suscitan encendidas polémicas intelectuales. Umberto Eco le llamó qualunquista, es decir, heredero del movimiento político presuntamente apolítico que dejó como poso el fascismo. A veces Celentano parece qualunquista, es verdad. Otras veces, sin embargo, parece lo contrario. Salvo comunista o ateo, puede parecer cualquier cosa.

Celentano, que fue votante fiel de la Democracia Cristiana y mantiene un catolicismo carente del menor rasgo heterodoxo, suele burlarse de los políticos y se ensaña en especial con Berlusconi. Pese a ello, todo indica que vota a la coalición berlusconiana. Y en la terrible polémica desatada en torno a la agonía y muerte de Eluana Englaro, Celentano no ha escurrido el bulto. Publicó una carta en el Corriere della Sera apoyando a Berlusconi, por más que los esfuerzos de Il Cavaliere por mantener con vida a la joven en coma atufaran a electoralismo. “Si estuviera en el puesto de Berlusconi, haría lo mismo que él”, decía. Y tras expresar su comprensión por el drama que afligía a los padres de Eluana, hablaba de “homicidio de Estado”.

Adriano Celentano, nacido en Milán el 6 de enero de 1938, de familia proletaria y orígenes sureños, es fundamentalmente conservador. En los años setenta afirmaba que el beat (la palabra con que define la música pop anglosajona) fomentaba el uso de drogas duras y alejaba a los jóvenes del catolicismo. Nunca ha dejado de denunciar la desaparición de los valores morales y, a la vez, la destrucción de la naturaleza, la especulación inmobiliaria y financiera y el cinismo de la casta dirigente italiana.

Con todo esto no hemos conseguido explicar nada. Salvo, quizá, que Italia es aún más misteriosa de lo que pensamos. Y que Celentano es capaz de conectar, por las razones que sean, con ese misterio.

Enric González

15/02/2009 - ElPais.com (Spagna)


gen 14 2009

Bonolis risponde a Celentano: «Italiani sensibili a Gaza» Mori: lui rinunci a Sanremo

IL DIBATTITO LA LETTERA AL «CORRIERE» SUL VARIETA’ TV MENTRE IN PALESTINA SI MUORE

Carlucci: grazie Adriano, conta distrarsi un po’
Il conduttore del Festival annuncia che probabilmente ci saranno anche «finestre» per parlare di attualità

MILANO - La televisione e la tragedia. Il divertimento e la guerra a Gaza. Fa discutere l’ intervento di ieri di Adriano Celentano sul Corriere in cui si rivolge a Milly Carlucci dicendo che il suo «Ballando con le stelle» (Raiuno) offre «brevi attimi di respiro per un’ Italia nel bunker, decisa a non voler pensare (finché si balla) a chissà quali tragedie leggeremo l’ indomani sulla striscia di Gaza». Interviene la destinataria della lettera: «Voglio ringraziare Celentano di questa bellissima cosa. Se si riesce a portare un sorriso in un momento di tristezza, un po’ di serenità, è una ricchezza enorme», dice Milly. E aggiunge: «Quando ho letto le biografie di grandi attori italiani come Sordi e Totò, ho scoperto che durante la guerra i teatri di Roma erano pieni di gente proprio quando la città era occupata». Una replica a Celentano arriva anche da Paolo Bonolis: «Non credo che gli italiani smettano di pensare alle stragi di Gaza anche se guardano un programma televisivo. Anche quando è andato in onda lui una parte dell’ Italia è rimasta chiusa in casa per vederlo, eppure nel mondo succedevano certamente cose più importanti». Sul rapporto fra intrattenimento e informazione in tempo di guerra il conduttore tira la volata al Festival di Sanremo che condurrà fra poche settimane: «Molto probabilmente lì ci saranno delle “finestre” per guardare alla realtà del mondo, al di là dello spettacolo». Gli risponde Claudia Mori, moglie e manager di Celentano: «Se Bonolis è così sensibile come dice invece delle “finestre” forse dovrebbe addirittura non fare Sanremo». Quella di Celentano sembra una strigliata alla tv - tutta o solo al servizio pubblico? - che non offre abbastanza spazi di riflessione quando c’ è una guerra in cui «i palestinesi hanno ragione ma anche gli ebrei non hanno torto, però ci sono più di ottocento morti di cui la metà sono civili, donne e bambini». Aggiunge la Mori: «Credo che Adriano abbia voluto evidenziare l’ iperbole di questo mondo: mentre noi guardiamo “Ballando”, programma nel suo genere ben fatto, c’ è la guerra. Dal mio punto di vista in tv non c’ è un vero equilibrio nel prime time fra le trasmissioni di disimpegno e i programmi di informazione, soprattutto nel prime time. Ci vorrebbe un accento più forte sulle tragedie come la guerra a Gaza». Sull’ equilibrio fra riflessione ed evasione dice la sua la Carlucci: «Il pubblico di Raiuno ogni giorno ha un’ offerta immensa, con tg che punteggiano la giornata. La realtà, l’ informazione è ben presente nel palinsesto. La sera ci si può dedicare a una, speriamo, garbata evasione, un momento di respiro, di sogno». Parla anche Giovanni Minoli che accetta la provocazione di Celentano: «Noi per cinque giorni di fila abbiamo messo in onda tutta la storia dei rapporti fra arabi, palestinesi, e israeliani, 30 anni di scontri e trattative raccontati con materiali esclusivi da “La storia siamo noi”. Certo lo abbiamo fatto alle 8 del mattino e penso che si dovrebbe osare di più. La tv dovrebbe essere più attiva, più incisiva. Il palinsesto è come il menabò di un giornale: lo si può far evolvere in relazione ai fatti oppure, come avviene, lasciarlo pietrificato». Andrea Laffranchi

Laffranchi Andrea

14/01/2009 - Corriere della Sera


gen 14 2009

Gli ingredienti sbagliati del minestrone di Adriano

di Stenio Solinas

Roma - L’italiano non è mai stato il punto di forza di Adriano Celentano e non sorprende quindi trovare nell’articolo da lui scritto ieri sul Corriere della Sera una frase come «L’insediamento degli ebrei ha avuto il riconoscimento di tutte le nazioni per l’immane tragedia subita dai nazisti durante l’Olocausto», le SS come vittime, par di capire… Ma l’impressione è che questa volta non sia solo la lingua a lasciare a desiderare, ma anche la testa, tanto l’intervento è sconclusionato. Siamo in un bunker, dice l’ex molleggiato e infatti guardiamo il varietà in tv per distrarci dagli orrori della guerra in Palestina… Ma è anche vero, continua, che l’Europa e l’America di questo conflitto eterno si lavano le mani, e se è così allora significa che agli orrori siamo abituati, ovvero degli orrori ci disinteressiamo e quindi possiamo tranquillamente fare a meno del bunker come del varietà… E quest’ultimo, certo, sarà pure «una nostalgica boccata d’aria di pace», ma è anche la rappresentazione più ovvia di ciò che per Celentano la televisione non dovrebbe essere: cerimoniosa, qualunquista, perniente conflittuale. Non «rock», come ha sempre sostenuto, rivoluzionaria nel far pensare, ma «lenta», ovvero reazionaria, nel farci addormentare. E allora? Che facciamo? La accendiamo? La vediamo? La rivalutiamo?

Naturalmente, nell’articolo «Noi nel bunker davanti alla Tv» c’è spazio anche per il potere e il profitto «a ogni costo», per «i più deboli che non hanno soldi» e per i morti,ma possiamo sommessamente dire che questa indistinta retorica ad alzo zero hastufato, così come il fattocheperiodicamente Adriano si svegli e scopra che c’è qualcosa che minaccia il mondo,fochemonache comprese?

Celentano è un signore di più di settant’anni enonglifaremo il torto di trattarlo da ragazzino. Ma come artista, e come cittadino, dovrebbe sapere che non basta dire quello che si pensa, bisogna anche pensarea quello che si dice. Nell’intervento giornalistico sopra ricordato c’è invece ungran minestrone in cui si vuol fare stare dentro tutto: la paura e la speranza, la denuncia e la rampogna, l’etica e la politica, Milly Carlucci e la «striscia di Gaza»… Un po’ troppo per un solo uomo, un po’ troppo solo per un cantante.

14/01/2009 - il Giornale.it


gen 13 2009

Celentano: noi nel bunker davanti alla tv

L’INVERVENTO: UNA RIFLESSIONE DI ADRIANO SUL SABATO SERA ITALIANO MENTRE A GAZA E’ L’INFERNO

«Ballando con Milly e con le stelle per non pensare alle scene di guerra»

Brava Milly, il tuo «Ballando con le stelle» è una nostalgica boccata d’aria di pace che ci distoglie, sia pure per poche ore, dalle grida di dolore che ci arrivano dall’eterno conflitto tra la Palestina e Israele. Ecco cosa provavo nel guardare il tuo spensierato spettacolo che con tanta bravura hai condotto e messo a punto con accurata precisione.

Un sano divertimento mischiato a un senso di nostalgia come quella che provavano i soldati americani al fronte, dove di tanto in tanto gli veniva concesso di distrarsi dalla morsa della guerra, con uno spettacolo di varietà e di belle donne appositamente organizzato per loro. Brevi attimi di respiro dunque, per un’Italia nel bunker, decisa a non voler pensare (finché si balla) a chissà quali tragedie leggeremo l’indomani sulla striscia di Gaza. Ma per quanto gradito e frizzante appaia il tuo spettacolo, certo non è facile estraniarsi del tutto, come invece hanno fatto per decenni l’Europa e l’America.

Ma non volevo pensarci, ora siamo nel bunker al sicuro, mi dicevo, e dobbiamo goderci lo spettacolo. Ma l’ostentato buonismo fuori luogo del simpatico Sposini nel dare il voto ai concorrenti, mi faceva tornare alla mente l’Europa e l’America che non è certo per buonismo che loro invece se ne lavavano le mani dell’eterno conflitto fra i due popoli. Specialmente dei palestinesi, senza una patria i cui confini sono andati smarriti durante l’insediamento degli ebrei. Un insediamento che pur se ottenuto con la violenza ha avuto, a torto o ragione, il riconoscimento di tutte le nazioni per l’immane tragedia subita dai nazisti durante l’olocausto. Un gesto probabilmente dovuto agli ebrei, che così tanto han sofferto e non avevano un posto dove stare.

Ma come sempre accade, anche in quella circostanza il mondo si dimenticò e continua a dimenticarsi sempre dei più deboli. E non è difficile pensare che tali dimenticanze solitamente avvengono perché i più deboli non hanno soldi. E allora come si risolverà pensavo: i palestinesi hanno ragione, ma anche gli ebrei non hanno torto. Però ci sono più di ottocento morti di cui la metà sono civili, donne e bambini. Mi piacerebbe sentire il parere di questi ottocento morti. Loro senz’altro lo sanno di chi è veramente la colpa di tutta questa tragedia. E senz’altro ora conoscono anche il modo di come risolvere il contenzioso fra i due contendenti. Ma non possono parlare. Perché sono morti.

Cercavo una risposta a tutto questo, anche provvisoria ma era troppo difficile, come difficili erano i passi sgangherati di Andrea Roncato, senza una direzione proprio come l’Europa e l’America. Per non parlare della Cina e la Russia. Loro ballano un altro tipo di danza. Quella del potere e del profitto ad ogni costo per i quali non basta più passare sul cadavere della madre. È molto più vantaggioso schiacciare la madre quando è ancora viva. Ma non voglio pensarci, mi ripetevo. Preferisco guardare Andrea che balla come un macellaio, in fin dei conti lui pesta il parquet solo per dimagrire, e poi l’importante è mettersi in gioco di fronte a una giuria apparentemente severa ma comunque tendente al giusto, anche se a mio parere, dal punto di vista spettacolare avrebbe dovuto vincere la serata Corinne Clery, per la sua sexi spumeggiante allegria che ha versato nel primo ballo. Aveva fatto qualche errore sì, ma durante l’esibizione aveva messo a segno due o tre movimenti che offuscavano la piccola imprecisione. Brava Corinne! Ma più brava ancora è stata Milly!…

Adriano Celentano

13/01/2009 - Corriere della Sera


dic 1 2008

Vangelo Celentano

di Edmondo Berselli

Un doppio cd a due facce: d’amore e di protesta. Titolo: ‘L’Animale’. Ovvero, Adriano in persona. Che ci ha raccontato il suo ultimo lavoro

Adriano, chi è l’Animale? “Perché, non si capisce?”. Era una domanda retorica, tanto per cominciare. “Ah, per rompere il ghiaccio. Insomma, l’Animale sarei io”. Ha una sua logica. “Dai, è tutto chiaro, volendo. Due facce della stessa figura, l’istinto e la ragione, il corpo e l’anima, l’amore e la guerra.”. Adriano e Celentano, anche. Una specie di vitale e felice schizofrenia. “Ecco”. Così originale e irrisolta da attrarre sempre lo sguardo, del pubblico e degli intellettuali, del popolo e della politica. Il fatto è che oggi, venerdì 28 novembre, esce un nuovo album di Adriano e di Celentano, intitolato appunto ‘L’Animale’, che comprende due dischi, due facce della medaglia. Il primo con le canzoni d’amore di tutta una carriera, il secondo con i brani che hanno fatto di lui una specie di oracolo dell’Apocalisse, un leader della denuncia, un vessillifero della protesta.

Nella sua casa in Brianza, Celentano dà l’impressione di trascorrere la sua vita cercando di rallentarla. Gli orologi da riparare, il tornio, gli attrezzi. “Il tempo dedicato alla musica? Non molto, per la verità”. Eppure non si direbbe. Sembra invece di avvertire un’applicazione minuziosa. Il primo disco si apre con un inedito, ‘La cura’, e può dare anche un colpo al cuore ascoltare l’ex Molleggiato al suo meglio, perché forse non ha mai cantato così, con quella voce irripetibile che alla fine è diventata capace di interpretare in tutte le sue sfumature un classico moderno come la canzone di Franco Battiato e Manlio Sgalambro: facendone sentire i riverberi quasi misterici, soprattutto nel momento in cui il coro canta le parole aggiunte da Battiato a questa preghiera d’amore, “Dona eis requiem”, e la voce si spinge in alto, ‘in excelsis’, partendo dalla gola per sfiorare qualche strano cielo, lassù.

Poi scivolano via tutte le altre canzoni, gli standard come ‘Acqua e sale’ con Mina, ‘Una carezza in un pugno’, ‘L’emozione non ha voce’, gli hit antichi come l’epocale e teatrale ‘Storia d’amore’. Ma per cambiare scena e registro basta infilare nel lettore il disco numero due, quello ambiental-protestatario, ed ecco che l’Animale scatena la sua forza muscolare e visionaria. Già, l’Animale. Com’è venuta fuori questa definizione? “Mah, Lorenzo mi aveva mandato un testo bellissimo.”. Lorenzo chi? “Lorenzo lui, Cherubini”. Cioè Jovanotti. “Proprio. Poi non abbiamo composto la musica, forse lo faremo più avanti, insieme, e Claudia allora dice: intanto facciamone il titolo dell’album nuovo. Urca, dico, idea forte, se Lorenzo ci sta.”. Ci sta, figurarsi. Chi direbbe di no a quella bestia dell’Animale?

E allora uno dovrebbe mettersi comodo in poltrona e ascoltare il nuovo inno politico-ecologico, ma qui arriva lo choc. Fin dal titolo, ‘Sognando Chernobyl‘. Ma come, Animale, Chernobyl appartiene al cielo grigio di vent’anni fa. Un’altra epoca, quando c’erano ancora i sovietici, e le centrali nucleari andavano a segatura. Adesso Claudio Scajola ci nuclearizza tutti con le centrali di nuova generazione, allegri. “Lascia perdere Scajola. Noi con Chernobyl abbiamo assaggiato per la prima volta il sapore della catastrofe. Anche allora avevano cominciato a dire che non era successo niente, poi abbiamo visto questa immane nube rossa che avanzava verso l’Europa. Il fatto è che non ti dicono la verità, ieri come oggi. Anche adesso non sappiamo che cosa è successo in Francia, con gli incidenti nelle centrali. Tutti zitti, muti come le tre scimmiette”.

L’Animale invece parla. Tragicamente euforico come quando si aggira nei dintorni dell’abisso, esattamente come quando all’epoca del referendum sul nucleare disse a ‘Fantastico’: “Votate no al referendum e vi troverete la bomba atomica in cucina”. Oppure la Bestia prega. È una strana canzone, Adriano. Pochi accordi ossessivi, una lunghezza spropositata, dieci minuti e dieci secondi, una specie di riedizione del ‘Mondo in Mi 7a’, ma più da Terzo millennio che da Novecento, senza il finale consolatorio di allora, anno 1966: “E se noi tutti insieme in un clan ci uniremo cambierà questo mondo”. La canzone nuova sembra infatti una preghiera: “Oh mio Signore, dimmi come possiamo fare per evitare che il mondo salti in aria”. Un canto gregoriano apocalittico, il Vangelo modulato secondo Adriano: “Quella sera quando tu arrivasti ci dicesti di non fare agli altri ciò che tu non vuoi che gli altri facciano a te, ma nessuno di noi ti ascoltò”. È il tuo modo di pregare, Animale? “Nella canzone ci sono due voci: le persone, cioè il coro, che si rivolgono a Dio dicendo ‘noi’; e un giullare che si agita sull’orlo del baratro, ‘Tutti quanti salteremo in aria bum’”.

È credibile questo pessimismo da Rockpolitick, pronto per un videoclip infinito, fatto di immagini che si rincorrono, di nuvole che aprono squarci lividi nel presente? Tanto più che poi a metà del disco si trovano pezzi come ‘Prisencolinensinainciusol’, un rap dell’assurdo, in cui non c’è una sola parola comprensibile. “Ma anche quella è un’altra canzone di protesta. Era tutta legata al concetto di incomunicabilità. Mi ero detto: la gente non comunica più e allora voglio usare la lingua di Babele”.

Credi che la gente abbia capito? O ha visto soltanto il giullare? “Non so. Io canto la stessa canzone da quarant’anni, che conduce sempre alla medesima conclusione: non pensare solo a te stesso”. “Pensa anche un po’ per me”, come in ‘Svalutation’. “Già. Ma è anche vero che qualche volta sento un po’ di stanchezza. Mi sto stancando un po’ di me stesso. Di ripetere sempre le stesse cose senza che niente cambi, e anzi con il sospetto di alcuni, i diffidenti, gli increduli, che la protesta e la denuncia servano più che altro a farci sopra dei soldi”.

Intanto non si è ancora capito del tutto se l’Animale è un conservatore o un progressista. Ma si può essere conservatori, oggi? “Ci sono delle cose da conservare come base per un giusto cambiamento, e altre da buttare. Ma è giusto cambiare, come tutto cambia. Cambiano le cellule, il cuore, la faccia che è diversa da quella che avevi una volta. Per cui l’Animale è senz’altro un progressista, che guarda al futuro però tenendo per mano il passato. Quel passato che la stoltezza dei sindaci hanno disdegnato in nome di un falso progresso”. Non diamo tutta la colpa a Letizia Moratti, l’ultima arrivata. “No di certo, ma riconosciamo che la speculazione adesso sta distruggendo anche chi la pratica. Ci sono in giro soprattutto facce da morti. Mentre una volta non era così, io ero allegro anche quando c’era la nebbia”.

Non ci sono più le nebbie d’una volta, Adriano. Le città cambiano troppo in fretta per il cuore di un uomo, lo diceva già Baudelaire. “Ecco appunto, Parigi. Guarda la piramide del Louvre, bellissima. Perché ha spazio intorno, aria e luce. Qui da noi l’avrebbero schiacciata togliendole il respiro”. Eccoci, siamo di nuovo al Celentano disastrista. “A volte mi sento stanco di parlare sempre delle preoccupazioni della gente, ma avverto quasi un dovere: se smettessi mi sentirei egoista: sarebbe brutto rinchiudersi in se stessi, sarebbe la fine di una voce, e per qualcuno di una speranza”.

Resta sempre la possibilità di cantare canzoni d’amore. Non fa un po’ ridere, a settant’anni? “No, perché? Guai a smettere di essere innamorati. Si deve essere sempre pronti a innamorarsi anche se ami tua moglie. Ma soprattutto bisogna essere innamorati dell’amore. A ogni età. Lo sai che ho un fratello, Alessandro, che sta a Viareggio e ha 88 anni? Ragazzi, che roba il tempo”. Già, era solo ieri che si cantava ‘Il ragazzo della via Gluck’, la storia autobiografica di un cantante di enorme successo a neanche trent’anni: una canzone popolare e immensa, la periferia su cui incombeva “catrame e cemento”, il nodo alla gola, adesso quasi la commozione da cacciare via. Quasi passa la voglia di mangiare, Animale, con queste storie. “Ma sai, io sono un po’ inappetente. Claudia mi fa preparare quattro o cinque piatti ogni volta, per invogliarmi, ma senza troppo successo”.

Eppure la natura dovrebbe aiutare. Che bellezza, questa vita appartata, fra il verde, gli alberi. Chissà come viene fuori, da questo luogo idilliaco, lo spirito della tragedia, l’incubo della fine del mondo. “Che cosa devo dire, la fantasia non si ferma. Né la mia né quella del pubblico”. Si sente dire che l’Animale ha preparato un video scioccante per ‘Sognando Chernobyl’. “Il video è bellissimo, lunghissimo, dura come la canzone, ma sono un po’ incerto se mandarlo o no: perché temo che limiti la fantasia di chi ascolta. Temo che la gente non si spaventi abbastanza”. E allora, lo si vedrà o no? Un guizzo negli occhi: “Alla fine, forse è meglio che ognuno si immagini la catastrofe che vuole”. Quindi che cosa fai, non lo mandi? “Adesso me lo riguardo tutto per bene. E se mi fa abbastanza paura, lo mando”.

01/12/2008 - L’Espresso


nov 29 2008

Olmi: un prato alla Leopardi per Adriano

L’OMAGGIO LA SCENEGGIATURA INEDITA DEL REGISTA CHE EVOCA IL «DIALOGO» DEL POETA E L’IMPEGNO DEL MOLLEGGIATO

«Scusi, ma secondo lei, lui è davvero uno normale come lo si vede in tv?»

«Dialogo tra un Passeggero e un Cameraman». Così Ermanno Olmi ha intitolato questo scritto dedicato all’ amico Adriano Celentano. Uno stile ironico e un titolo che sembrano citare quelli di alcuni componimenti in prosa raccolti nelle «Operette Morali» di Giacomo Leopardi, in particolare il «Dialogo di un Venditore d’ almanacchi e di un Passeggere». «Cosa succede?», chiede un Passeggero al Cameraman della tv già pronto nella sua postazione. «Un’ inaugurazione». Dietro lo sbarramento delle transenne, una folla composta attende paziente. Tuttavia non si nota alcun indizio che possa dare l’ idea di cosa si sta per inaugurare. E allora il Passeggero si rivolge di nuovo al Cameraman: «Mi scusi se sono importuno, ma cos’ è che si inaugura?». L’ incertezza del Passeggero è del tutto giustificata poiché davanti all’ assembramento dei curiosi non c’ è assolutamente nulla di significativo se non un quadrato di terra smossa, poco più grande di un’ aiuola, chiuso fra i palazzi di un quartiere cittadino. Il Cameraman: «Inaugurano un prato». «Un prato?», sul volto del Passeggero appare evidente la perplessità: «Vedo la terra dissodata, ma del prato non c’ è alcuna traccia?». «Oggi fanno la posa del primo ciuffo d’ erba». Il Passeggero accetta rassegnato la spiegazione: «E come mai un prato proprio qui?». Il Cameraman abbraccia la sua telecamera per provare l’ assetto di ripresa e aggiunge: «Perché il prato è dedicato a Celentano; per quando lui abitava da queste parti». All’ improvviso, tra la folla paziente corre un brivido di agitazione: tutti gli sguardi si volgono da una sola parte e pure il Passeggero allunga il collo per guardare chi arriva: «È lui?» «No, ancora no». E il Cameraman indica al Passeggero la cuffia radio che gli copre l’ orecchio. «Quand’ è il momento, mi avvertono dalla regia». L’ agitazione svanisce e la folla si ricompone. Il Passeggero si assesta il suo cappello dalle larghe falde e tuttavia quel semplice gesto del tutto normale sembra quasi un segno di riverenza nei riguardi del suo cortese interlocutore: «Mi perdoni, non vorrei approfittare troppo della sua cortesia». «Dica pure». «Se le mie domande le recano disturbo, non abbia riguardi». Il Cameraman pare ben disposto e il Passeggero si fa coraggio: «Lei che è della tv, di sicuro lo conoscerà bene Celentano». Dire di no, sarebbe forse per il Cameraman una diminuzione del suo prestigio professionale. «Beh, sì: però non è che ci si vede tutti i giorni». Il Passeggero intuisce che ora l’ interpellato deve mantenersi all’ altezza del suo ruolo: «In ogni caso, lei ha avuto modo di conoscerlo da vicino. E mi dica: com’ è di persona?». «Di persona? - breve esitazione - Uno normale». Il Passeggero insiste: «Ma, in tutta confidenza - e naturalmente se la domanda non le risulta sconveniente - questo Celentano è proprio come lo si vede in televisione o fa solo finta?». Il Cameraman sa reggere bene la parte che gli compete e si compiace di mostrare che conosce bene il suo mestiere: «Forse lei intende dire, se canta in playback?». Ma anche il Passeggero non è del tutto uno sprovveduto. «No, non dico quando canta: mi riferisco a quando parla in televisione o scrive sui giornali». Il Cameraman va dritto alla questione: «Vuol dire, quando fa le sue tirate?». Il Passeggero: «Esattamente». Il Cameraman: «Secondo me, non è che fa finta: lui è proprio uno così». Il Passeggero, sempre col suo garbo da vero gentiluomo: «Certamente si domanderà perché mai sono tanto curioso, ma - sempre se è lecito sapere - vorrei chiedere a lei che lo conosce bene, se davvero lo ritiene del tutto in buonafede». Il Cameraman non ha dubbi. «A sentirlo parlare, io dico che lui è uno che gli sta a cuore che si rispetti la natura». E pure il Passeggero deve ammettere l’ evidenza. «Ha ragione: Celentano ha sempre avuto un grande attaccamento ai prati della città». Il Cameraman è lui per primo a essere soddisfatto della propria opinione: «E bisogna anche ammettere che l’ ha detto e cantato quando parlare di prati non era di moda». Sopraggiungono alcune auto blu e il Cameraman inquadra l’ accadimento. «E adesso quelli lì si fanno belli». Fanno la loro comparsa le autorità cittadine che si compiacciono nel mostrare al pubblico le loro scambievoli riverenze. Il Passeggero, quasi fosse un tic, si assesta di nuovo il suo cappello a falde larghe. «Forse potrei anche sbagliarmi ma, a quel che vedo, credo che Celentano non sia stato correttamente informato su cosa si sta per inaugurare». Poi rimane qualche istante pensieroso prima di riprendere a dire con ponderatezza. «Eppure, un prato per una città è molto più importante di un monumento. Un prato è soprattutto un luogo dove lasciar giocare i bambini in libertà; perché agli occhi di un bambino, un prato deve sembrare grande come tutto il mondo». Tra i due c’ è oramai una tacita complicità e così il Cameraman volentieri si confida. «Ma lo sa che un personaggio importante, e che adesso è anche lui lì in mezzo a quelli che contano, ha detto ai giornali che Celentano invece di parlare dei problemi della città farebbe bene a occuparsi di canzonette e basta?». Il Passeggero vuole avere una conferma definitiva: «E lei sarebbe d’ accordo su questo?». Il Cameraman oramai è ben disposto a dirla tutta fino in fondo. «Confidenza per confidenza: io non mi intendo tanto di politica, però secondo me Celentano fa benissimo a dire tutto quello che secondo lui è giusto dire. Perché uno come lui la gente lo ascolta». Il Passeggero è davvero interessato a conoscere l’ opinione di quel suo genuino interlocutore. Che ora addirittura rimarca con più convinzione. «Ma lo sa lei che uno come Celentano, quando va in televisione, lo stanno a sentire milioni e milioni di persone?». Il Passeggero lo incalza: «Anche se, come dice qualcuno di loro, Celentano è soltanto un cantante?». Il Cameraman si ribella per un suo moto istintivo: «Ma cosa credono? La gente non è mica stupida! Cosa vuoi dire “soltanto” un cantante? Perché secondo loro un cantante non è forse anche lui un cittadino come tutti gli altri?». Il Passeggero sembra soddisfatto d’ aver smosso l’ orgoglio del Cameraman. Che si va sempre più infervorando: «E allora mi dica un po’ , egregio signore, lei che sicuramente ne sa più me, avanti, mi dica: di chi è prima di tutto la città se non dei cittadini che ci vivono?». Sono proprio le parole che il Passeggero vuole sentirsi dire. Mentre l’ altro continua con passione il suo sfogo: «E lo sa invece cosa le dico io? Che se Celentano è quel grande artista che è, è proprio perché anche lui è sempre rimasto come uno di noi: lo stesso di quando ancora non era Celentano». Le autorità sono spazientite, guardano gli orologi, si consultano tra loro: hanno mille altri impegni e sono sempre di fretta. Il Passeggero: «Secondo me, Celentano non arriva» Il Cameraman ribatte deciso: «E farebbe bene» «Ma non è che magari, a non presentarsi, rischia di fare brutta figura?». «Per conto mio, farebbe ancora più brutta figura a presentarsi qua, davanti a ‘ sta miseria». Il Passeggero si guarda intorno: «Lei, caro amico, ha proprio ragione». Un tecnico sale sulla padana a provare se il microfono funziona. Il Passeggero: «Vedo che stanno per cominciare i discorsi ufficiali: è meglio che io me ne vada». Il Passeggero si congeda dal suo saggio interlocutore e stavolta, sempre con quel suo gesto elegante, si toglie dal capo il cappello a falde larghe che gli nasconde parte del volto: «È stata per me una vera soddisfazione ascoltare quel che ha detto». Il Cameraman: «Cose semplici, da uno che non conta niente». «E invece è proprio dalle persone semplici come lei, che c’ è sempre qualcosa da imparare». Il Passeggero, con un sorriso subito riconoscibile, allunga la mano al Cameraman. «Piacere: Adriano». Grandi amici

Olmi Ermanno

28/11/2008 - Corriere della Sera