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giu 27 2010

Memorie da Molleggiato: «Così scampai alle bombe»

La vita e gli aneddoti nel racconto del nipote Celentano. Pasolini voleva fare un film sulla via Gluck.

MILANO — E se quel giorno fosse andato a scuola, rimanendo come qualche suo compagno, sotto le macerie della scuola bombardata? E se negli ultimi anni 60 Pierpaolo Pasolini fosse riuscito a trasformare «Il ragazzo della via Gluck?» in un film? E se vent’anni dopo, certi malintesi non avessero bloccato un disco epocale a tre voci con Lucio Battisti e Mina? Adriano Celentano pensa spesso e ovviamente con sentimenti diversi a queste tre schegge di vita capitategli in periodi molto diversi. La prima è stata un colossale colpo di fortuna, con lui alle elementari che simula la febbre per non aver fatto i compiti: un raid aereo anglo-americano seminerà lutti e distruzione anche nella sua aula. Le altre due restano invece occasioni mancate che continuano a pesargli nel cuore. Non si sa se più quel progetto cinematografico tanto voluto (ma invano) dal regista-scrittore o la possibilità di unirsi, pure per un solo disco, ai due cantanti dai lui massimamente apprezzati.

Ecco un Celentano anche inedito: prima bambino discolo, poi showman acclamato, anticonformista furbo, guru imprevedibile, interprete di mezzo secolo di costume italiano. Per l’occasione raccontato da uno di famiglia, il nipote Bruno Perini, 59 anni, giornalista, che per Mondadori ha firmato, facendo il verso a Marguerite Yourcenar, «Memorie di zio Adriano». La biografia, in anteprima al Corriere della Sera, ancora prima di uscire ha suscitato distaccate reazioni preventive da parte del celebre zio («Io non ho autorizzato nessun libro, ci mancherebbe… ») e soprattutto dalla zia Claudia Mori, che guarda caso risulta pure lei al lavoro su una (presumibilmente autorizzata) «Celentano Story». Quando nasce Adriano? Come quinto (e non particolarmente desiderato) figlio del venditore ambulante Leontino e della sarta a domicilio Giuditta, vede la luce il 6 gennaio 1938 a Milano in via Gluck. Come personaggio-fenomeno che cambierà radicalmente il modo di fare musica, televisione e comunicazione, nasce invece nell’estate del 1959 quando la radio e i primi juke box lanciano una canzone che agita gli adolescenti e preoccupa i genitori: «Il tuo bacio è come un rock». Quel ritmo indiavolato, quella scarica di pura adrenalina in jeans sintetizza bene la potente energia d’un Paese che dalla rifondazione si affaccia sul boom economico.

«E pensare che almeno fino alla tarda adolescenza—ricorda il nipote-autore (figlio di Maria, unica sorella viva di Adriano) — lo zio è stato l’unico in famiglia a rifiutarsi di cantare». Ma poi è arrivato il rock e niente è stato più come prima. Lui che timido non è mai stato, visto che da ragazzino metteva in fuga i fidanzati sgraditi delle sorelle tirandosi giù le mutande, a quel punto si è scatenato. Prima le imitazioni di Jerry Lewis, poi da aspirante orologiaio a urlante interprete di «L’orologio matto», versione nostrana del classico «Rock around the clock». Al punto da rimediare un invito (taroccato) in Germania per sostituire nientemeno che Elvis Presley. Al posto del divino Elvis, Adriano e il suo sconosciuto gruppo: Giorgio Gaber alla chitarra, Enzo Jannacci al piano, Luigi Tenco al sax. Il libro sorvola giustamente sulla sua galleria di successi, stranoti e stratrasmessi da decenni per battere strade più personali. Quella religiosa per esempio: radicata fin dall’inizio, coltivata in tanti incontri al Centro San Fedele, dei Gesuiti, tradizionale appuntamento di dibattito ad alto livello e culminata nel commosso incontro in Vaticano con Papa Wojtyla.

Poi c’è la questione politica che non ha risparmiato colpi di scena. A partire dai roventi anni 70 quando canta a Sanremo la reazionaria «Chi non lavora non fa l’amore» dopo aver preso distanza da capelloni e generazione beat. Quindi svolta progressista con la sensibilizzazione sui problemi economici cadenzata dalla originale «Svalutation» e la presa di posizione contro la caccia. Quando però c’è la discesa in campo di Silvio Berlusconi, lui applaude quella che all’inizio ritiene una salutare, energica novità. Ma gradatamente innesta la retromarcia fino alla polemica presa di posizione con l’ultima apparizione tv di «Rockpolitik» dove parlano Enzo Biagi, vittima dell’editto bulgaro, Roberto Benigni, il nobel Dario Fo, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Michele Santoro, tanto per dare un’idea del cambiamento di rotta. Certamente, pur non autorizzato, questo resta pur sempre un libro di famiglia. Per cui la famosa e divulgata storia d’amore con Ornella Muti è soltanto accennata. Sulla pesante e mai sanata diatriba con Don Backy, ex amico del Clan, si sorvola. Così come non si scava sul recente grande freddo con Mogol, i cui testi hanno contribuito al suo rilancio. Memorie di Adriano sì, ma di mezzo c’è pur sempre uno zio.

Gian Luigi Paracchini

27/06/2010 – Corriere della Sera


giu 27 2010

Arriva la biografia storica di Celentano, “Memorie di zio Adriano”

Torna sulla cresta dell’onda Adriano Celentano, l’artista che portò il rock’n roll in Italia, che negli anni Sessanta fece inferocire i contestatori con la canzone Chi non lavora non fa l’amore e negli anni Ottanta si fece processare per aver lanciato il motto La caccia è contro l’amore a pochi giorni dal referendum. La sua storia è un pezzo di storia d’Italia.

E’ il nipote del Molleggiato, Bruno Perini, giornalista e scrittore, a scrivere per Mondadori la prima biografia storica del Re degli ignoranti, “Memorie di Zio Adriano”.

di Bruno Perini

Quando il 4 agosto del 1974 scesi dal treno non me ne resi subito conto. Alla stazione Santa Lucia di Venezia c’era grande confusione, gli altoparlanti annunciavano treni in ritardo, la gente assembrata in piccoli capannelli commentava qualcosa che era avvenuto sulla linea feroviaria ma allora non esistevano i cellulari, la comunicazione era molto più lenta e così non mi resi conto immediatamente dell’accaduto, pensai a un ‘incidente ferroviario. Mi imbarcai sul primo traghetto e raggiunsi l’albergo. Ero tutto concentrato sulla piccola parte che lo zio Adriano mi aveva assegnato nel suo nuovo film, Yuppi Du, e per tutto il tragitto nel labirinto veneziano pensai al fatto che mi sarei dovuto vestire da prete. Un prete un po’ ortodosso, d’accordo, ma pur sempre un prete.

Già, lo zio Adriano, dispettoso come al solito, con tono sarcastico mi aveva detto: “Vuoi fare una parte nel mio film, hai bisogno di soldi per sposarti? Bene te li devi guadagnare. Se vuoi ti faccio fare la parte del prete, se no niente”. Io, contestatore pre-sensantottino, fan di Lenin e di Marx alla stessa stregua dei fans dei Rolling Stone e dei Beatles, vestito da prete! Che orrore! Alla fine, come si deduce dal film che verrà presentato a Venezia dopo una attenta rivisitazione dello zio, accettai. Lo considerai una forma molto personale di compromesso storico. Solo qualche ora dopo, però, mi resi conto che i miei problemi politico esistenziali erano poca cosa rispetto a quello che era accaduto in Italia quello stesso giorno del mio arrivo a Venezia: quel trambusto alla stazione che avevo visto con i miei occhi era più che giustificato, quella data sarebbe passata tristemente alla storia come la strage dell’Italicus compiuta in Val di Sambro il 4 agosto del 1974. 12 morti e 44 feriti. Era l’epicentro della strategia del terrore, iniziata nel 1969 con la strage di piazza Fontana e continuata nell’80 con la strage di Bologna. I lettori si chiederanno perchè ricordare Yuppi Du con quelle date tragiche della storia d’Italia. Non c’è, ovviamente, un nesso, se non una singolare sovrapposizione di date, quella coincidenza mi è semplicemente rimasta impressa. Ho calcolato in seguito che l’esplosione dell’Italicus avvenne 20 minuti dopo aver incrociato il treno che mi portava a Venezia sul set di Yuppi Du.

A parte gli eventi tragici di quell’epoca, quando la redazione di Affaritaliani mi ha chiesto, in occasione della presentazione di Yuppi Du a Venezia, di mettere nero su bianco frammenti di ricordi e emozioni ho cercato di scavare nella memoria, lasciando volentieri ai critici cinematografici un giudizio postumo sul film. Ai tempi mi colpì il giudizio di Grazzini del Corriere della Sera, “Una ventata d’aria nuova nel cinema italiano”, ma per me la vera novità, mista a emozione, fu vedere Charlotte Rampling in carne ed ossa. Aveva già turbato i miei sonni di ventiquattrenne nel Portiere di Notte ma vederla da vicino, con quello sguardo carico di sensualità e perversione, fu un vero trauma. Fino al momento in cui andai sul set lei era uno dei tanti miti irraggiungibili del cinema, ma quando quel lunedì di agosto mio zio me la presentò non riuscii neppure a dire “piacere”, la salivazione si azzerò e per tutto il giorno continuai a guardarla. Chissà cosa avrà pensato di quel giovanotto che continuava a fissarla come se fosse stata la madonna.

Ricordo altri episodi divertenti. A parte l’espressione turbata di mio padre quando Adriano gli chiese si fare la parte del gay, ricordo un particolare che ancora oggi mi fa ridere. A quell’epoca ero fidanzato con Delia, la donna che sarebbe diventata mia moglie l’anno successivo e madre di Virginia nell’80. Il giorno in cui dovevo esordire sul set con la mia comparsata, Delia mi venne a trovare a Venezia. Alla mattina del grande giorno essendo in ritardo mi vestii da prete e a piedi mi diressi con lei verso il set. La tenevo per la vita e non mi rendevo conto dell’ abito che indossavo. Svoltando in una minuscola calle feci quasi svenire una anziana donna veneziana. Vedendo quel prete per mano con una giovane donna dai capelli rossi l’anziana signora volse gli occhi al cielo in segno di preghiera e sussurrò “Oh santo Dio un prete abbracciato a una donna. Cosa dovremo ancora vedere?!”.

Non meno divertente fu la trattativa per i miei compensi. Avevo bisogno di soldi per mettere su famiglia. E lo zio lo aveva capito. Io d’altronde non ero un attore e non lo sarei mai diventato quindi mi sarebbe andato bene qualsiasi compenso. Quando arrivai a Venezia il direttore di produzione mi prese da parte e mi disse in tono confidenziale: “Caro Bruno, ti possiamo dare 60.000 lire a posa per quattro pose, più 20.000 lire di diaria”. A me sembrava un’enormità ma tentai il colpaccio, andai dallo zio e gli chiesi se mi poteva alzare la parcella. Lui ci penso un po’ e poi disse: “Me ne occupo io”. Fui pagato 200.000 lire a posa più 20.000 lire al giorno di diaria! Insomma un milione in tutto! Non ci volevo credere ma fu davverò così. I lettori avranno capito che oltre ad essere un bel film Yuppi Du per me è una specie di album di famiglia. Quando ho saputo che Adriano stava rimettendo le mani sulla pelliccola del 1975 gli ho chiesto con apprensione: “Non è che tagli la mia parte?”. “No, non preoccuparti, la tua parte è intatta”.

27/06/2010 – Affaritaliani.it


giu 15 2010

Claudia Mori: io e Maionchi un po’ come Thelma & Louise

Il ritorno di Adriano con un programma alla Rai è nel limbo dei no… comunque non si farà. Lui non smania di fare televisione. Con una dirigenza diversa? Magari sarà lui che non avrà più voglia di farlo «Addio a X Factor, senza Morgan non ci torno» Ho vari progetti: faremo le fiction su Caruso, Buscaglione e una lunga serie sul gioco d’ azzardo

«Cult» al femminile MILANO – La storia di Franco Basaglia meglio dei soldati di Spielberg, la miniserie dal minibudget (4 milioni di euro per due puntate) che batte il kolossal americano dal mega-costo (200 milioni di dollari per 10 episodi). Tra «C’ era una volta la città dei matti» e «The Pacific», il Festival della Televisione di Montecarlo ha scelto di premiare come miglior miniserie quella che racconta la storia di Franco Basaglia, l’ uomo che rivoluzionò la psichiatria italiana, piuttosto che quella (prodotta da Tom Hanks e Steven Spielberg) che narra i combattimenti durante la Seconda Guerra Mondiale sul fronte dell’ Oceano Pacifico. E «La città dei matti» è stata da Claudia Mori con la sua Ciao Ragazzi! (insieme con Rai Fiction) Come se lo spiega? «È la storia di Davide e Golia: a volte succede che Davide vinca. Ma poi rimane tutto uguale. Sono orgogliosa di questa miniserie, che è stata appena premiata pure a Shanghai. Devo ringraziare il direttore di Rai Fiction Del Noce per il sostegn: se non fosse intervenuto, non so se l’ avremmo fatta. Diceva che era un tema da servizio pubblico». Come le venne l’ idea? «Avevo in mente da tempo il pensiero di affrontare il tema della malattia mentale. Non perché, per mia fortuna, sia stata toccata da un problema che è sulle spalle di molte famiglie. Mio padre fu il primo a parlarmi di Basaglia, un uomo che ammirava moltissimo: la cosa mi è rimasta impressa». C’ è qualche fiction italiana che l’ ha colpita nell’ ultimo anno? «Proprio colpita, no. Non nascondo che guardo pochissima tv. In generale trovo che la qualità di molte nostre produzioni sia meglio di quelle all’ estero, spesso sono i temi che trattano che non mi colpiscono». Produce tv ma ne guarda poca? «Credo si capisca anche dalle scelte di certe fiction che ho prodotto: come De Gasperi o Rino Gaetano. Faremo Caruso, Buscaglione, una lunga serie sul gioco d’ azzardo. E propio in questi giorni stanno partendo le riprese di “Un corpo in vendita”, miniserie sulla violenza sulle donne, quattro film diretti da Margarethe von Trotta, Liliana Cavani e Marco Pontecorvo» E la fiction americana? «Gli americani fanno cose fantastiche, ma poi fanno anche cose terribili. Mi piacciono House e Casalinghe disperate». Ma nella prossima stagione tornerà a «X Factor»? «No. E il motivo principale per cui non rifaccio “X Factor” è il fatto che non ci sia Morgan che aveva un ruolo importante per il successo e la credibilità della trasmissione (la Mori disse anche che era ingiusto escluderlo da Sanremo, ndr). Penso che senza di lui il programma sarà una cosa diversa e la sua mancanza si sentirà molto». Nessun altro motivo? «No. Mi sono divertita, il programma è ben fatto, perché non propone musica nostalgica, ma fa vero scouting: però ora ho tanti impegni, è un’ esperienza chiusa». Cosa le è piaciuto di più e cosa meno? «La cosa che mi è piaciuta di più è stata la mia reazione quando hanno fatto vedere il mio fermo immagine». Misero a confronto una sua foto di 30 anni fa, affiancata ad un fermo immagine della puntata precedente e lei si imbufalì. Manca una risposta, però… «Sto selezionando quello che fa meno danno». Così non vale. «Non voglio essere sgradevole». Coraggio… «Il fatto che non c’ è stata la totale libertà di scegliere le canzoni: non era imposto, però era meglio se sceglievamo canzoni italiane e popolari». Con Mara Maionchi come si è trovata? «Benissimo. Tanto che spero di fare un programma con lei, titolo provvisorio “Come Thelma & Louise”. Vediamo se qualcuno lo prende. Anche a Mediaset, perché no». E il programma di suo marito Adriano Celentano in Rai? «È nel limbo dei no… comunque non si farà. Ma Adriano non smania di fare televisione». Ma in futuro? Magari con una dirigenza diversa a Viale Mazzini? «Magari sarà lui che non avrà più voglia di farlo».

Franco Renato

14/06/2010 – Corriere della Sera


giu 8 2010

I deliri del profeta Celentano

La profezia di Nostradria­nus. Dico Adriano nostro, Adriano Celentano. Ieri il profeta è sceso dal suo riti­ro di Galbiate e si è manife­stato sul quotidiano degli oracoli, la Repubblica . Ha scritto una sconcertante lettera apocalittica che me­rita di essere divulgata, al­meno in sintesi. Dunque il Mistico del Rock ci ha ricor­dato che tra due anni fini­sce il mondo, e ci sono se­gnali assai inquietanti che lo annunciano: dalla catastrofe ecologica nel Golfo del Messico all’ingordigia del Profitto. Ma l’evento che più annuncia la prossima fine del mondo è la chiusura del programma di Santoro. No, non devo aver letto bene. Stavo leggendo all’aria aperta, forse il vento mi ha sfogliato le pagine, e così sono passato da un articolo profetico di Celentano a una spicciola polemica sulla Rai. Invece no, tutto era contenuto con mirabile sintesi nella profezia di Nostradrianus. Il Predicatore collega lafine del mondo con la legge sulle intercettazioni, le centrali nucleari alle minacce a Ballarò ( ma dove le ha lette?), la povertà del pianeta al rischio che taglino una serata alla Dandini, fino a dimostrare che il Buco Nero coincide con l’eliminazione di Annozero.

Voi penserete che sto esagerando, che sto facendo la caricatura. E invece no, sono i vaticini di Nostradrianus, al secolo Adriano Celentano, sulla Repubblica di lunedì 7 giugno. Ma il profeta è anche taumaturgo, e oltre la veggenza ci offre anche la miracolosa guarigione. Nostradrianus propone di spegnere la tv il giorno che sarebbe dovuto andare in onda Santoro. Ammazza che trovata. Ma non pensate che si tratti solo di una protesta simbolica. Avverte Nostradrianus che l’arma sarebbe micidiale perché «quanto reggerebbero Rai e Mediaset il peso dei mancati introiti pubblicitari nel giorno in cui nessuno guarderà la tv? ». Geniale. E già, se nessuno vede più la tv che bisogno c’è della Rai e Mediaset?

Se nessuno parla più al telefono quanto reggerebbero le aziende di telefonia? Se tutti un giorno decideranno di andare scalzi quanto reggeranno le fabbriche di scarpe? E potrei continuare all’infinito o arrivare fino al vaticinio culminante: se nessuno vuol sentire più canzoni che ne sarà di Celentano? Ora io resto stupito. Da Celentano e dal giornale che lo pubblica, nuocendo alla fama di ambedue… E noi che consideravamo esagerati quelli che dicevano: la libertà d’informazione è in pericolo, stiamo arrivando alla dittatura; non avrei mai immaginato di sentire che c’è un nesso tra la fine del mondo e la fine di Annozero , tra l’eco-catastrofe planetaria e il programma della Dandini… Poi Nostradrianus se la prende con gli italiani che sono caduti in uno stato di torpore e «Berlusconi rimbocca loro le coperte».

Ma Celentano si sarà addormentato più di loro. Perché tutti sanno, anche gli italiani più assonnati, che Santoro haaccettato un ricco compenso per lasciare di sua volontà la Rai; anche se ha cambiato idea più volte, fino ad annunciare che vuol continuare a fare il suo programma. A Celentano tutto questa sceneggiata gli è sfuggita. Evidentemente Berlusconi a Celentano non gli ha solo rimboccato le coperte ma gli ha cantato con Apicella pure la ninnananna. Non vi dico poi il delirio francescano di Nostradrianus, quando prevede che l’ANTIPROFITTO (così scrive lui, tutto maiuscolo) «sconfiggerà i mali del profitto ».
Con Santoro che prende quella barca di soldi, con Adriano che prende quel po’ po’ di ingaggi,con Claudia Mori che ha un senso così spiccato del profitto da far impallidire il più scafato dei press agent … ma non si accorge Nostradrianus che i primi colpiti dall’ANTIPROFITTO sarebbero proprio loro? I compagni dell’antiprofitto ti confischerebbero pure la sua tenuta con parco, a due passi da Arcore e Macherio, che non ha nulla da invidiare alle residenze del premier… E allora torno ad Adriano no-stro, gli tolgo il cappello a cono del mago, lo faccio scendere dal monte Sinai della Repubblica , gli tolgo la palla di vetro e la bacchetta magica per i sortilegi. E lo rivedo, ragazzo della via Gluck, milanese puro, di pura origine foggiana. Che t’aggia dì … Lo ripenso nelle sue splendide canzoni e pure nei suoi surreali cazzeggi, nella sua danza rock e nei suoi silenzi zen o demenziali, con le sue magliette da vastaso , come si chiamano nel foggiano i ragazzacci.

Lo rivedo dai tempi di 24mila baci, che fu il mio disastroso debutto in palcoscenico a tre anni, e coincise con l’addio alla professione di cantante. Lo rivedo con Azzurro a incantare i pomeriggi estivi della nostra adolescenza. Lo ritrovo in mille splendide canzoni, da solo o in coppia, magari con Mina, e gli dico: ma perché devi rovinare l’incanto della tua voce, delle tue canzoni, con queste apocalittiche cazzate? Non ti basta essere il Re della Canzone, vuoi essere anche il Papa, il Vate e il Santone della Chiesa eretica all’adrianesimo?

Perché vuoi alienarti la simpatia di mezz’Italia che ti ama come cantante e non ti sopporta come predicatore di un radicalismo in versione Forrest gump? Dài, su, facci sognare. A risvegliarci ci penseranno altri eventi o pensatori, più che Annozero o Nostradrianus. Tu rimboccaci le coperte, cantaci le tue canzoni e facci viaggiare sul treno dei desideri, tra l’oleandro e il baobab.

Marcello Veneziani

08/06/2010 – Il Giornale


giu 7 2010

Se Masi oscura Annozero spegniamo la tv per un giorno

di Adriano Celentano

CARO direttore, non credo che nel 2012, come ci racconta l’omonimo film, ci sarà la fine del mondo. Certo però i segnali che ci arrivano da ogni parte del pianeta sembrano tutt’altro che incoraggianti. E quanto più i segni appaiono di ordine distruttivo, tanto più i politici, quelli che comandano, sembrano essere investiti da una stupidità devastante.

La Terra ci avverte che non è più possibile dipendere dal petrolio. E per farcelo capire ci sta vomitando addosso 19mila barili di peste al giorno, oscurando il mare degli americani e rischiando quindi, di avvelenare l’intera catena alimentare. Questo è ciò che ha causato Bp, la più grande azienda petrolifera del mondo, che come dice Obama è rigorosamente attenta a contare gli spiccioli con la gente del Golfo Messico vittima di questo immane disastro. E pronta invece a pagare dividendi da 10 miliardi di dollari ai suoi azionisti. Il fatto che poi siano morti 13 lavoratori anche questo è sembrato del tutto irrilevante. La marea nera però non si ferma. Un segno questo che, da parte della terra, ci arriva come un qualcosa che ha tutta l’aria di un ULTIMATUM: “Se continuerete a trivellarmi, il mare di tutto il pianeta morirà. E prima ancora, morirete voi”.

Un avvertimento quindi dalle dimensioni catastrofiche che tuttavia sembra non impressionare minimamente il governo italiano. E’ di pochi giorni infatti, la notizia che riguarda un via libera da parte del nostro folle governo a trivellare il bel mare della Sicilia.

Evidentemente i rosicchiatori della maggioranza han pensato che tutta quella purezza nelle acque cristalline dei siciliani è sprecata. Perché non imbrattarla con un po’ di petrolio e di catrame? Il guadagno che se ne ricaverebbe sarebbe abbastanza per seppellire l’intera isola. E a breve scadenza la Liguria e il Veneto.

Senza contare poi la riapertura delle centrali nucleari contemporaneamente alla chiusura della LIBERTÀ DI STAMPA, a onor del vero non ancora a REGIME, ma il governo ci sta lavorando con tenacia e perseveranza. Tutti segni questi (di SQUILIBRIO), che vanno di pari passo con l’incazzatura del Pianeta. Un altro dei tanti segni apparentemente di minore importanza, è per esempio quello del direttore generale della RAI Masi, il quale ha epurato la trasmissione di Michele Santoro, spezzato a metà la voce della Dandini, mentre la danza di Ballarò si avvia ad essere più fuori che dentro. Ma il segno peggiore è forse quello che viene dalla gente, a cui Berlusconi rimbocca accuratamente le coperte. Una specie di torpore dal quale gli italiani, pare non abbiano alcuna intenzione di destarsi.

Perché destarsi vorrebbe dire reagire, combattere le ingiustizie contro la democrazia. Contro il bavaglio. Contro la corruzione. Naturalmente non certo con la violenza. Ma con le stesse armi che impone sua MAESTÀ “il PROFITTO”. Fin dai più remoti albori del mondo, è stata l’arma più potente e moderna che ci sia. Nessuno mai però si era accorto che quest’arma la posseggono solo i poveri. La vera grande ricchezza non è quella dei ricchi. Ma quella dei poveri. Non c’è nulla di più ricco di chi non ha niente. Poiché è il popolo dei poveri che decreta la ricchezza dei potenti.
Ecco che allora se il prossimo palinsesto della Rai lo decideranno i poveri anziché Masi, succederà che Santoro non potrà non andare in onda.

Dobbiamo solo decidere il giorno, non ha importanza se di mercoledì, giovedì o lunedì. L’importante che nessuno guardi la televisione nel giorno in cui Santoro 1 è stato cancellato. Un Buco Nero, quindi, per Rai e Mediaset che durerà finché egli non sarà riammesso col suo “Annozero”. Viene spontaneo domandarsi quanto potrebbero reggere sia la Rai che Mediaset il peso dei mancati introiti provenienti dalla pubblicità nel giorno in cui nessuno guarderà la televisione. Sarà, dunque, il giorno di una nuova rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa che non avrà bisogno di finanziamenti. Poiché senza una lira, ma soprattutto senza alcuna violenza avremo registrato il maggior profitto mai realizzato nelle perdite del consumismo. Sarà quindi il giorno della nascita dell’ANTIPROFITTO, che sconfiggerà i mali del profitto.

07/06/2010 – La Repubblica